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Il paese dell'aborto selettivo: si abortiscono le femmine, i maschi no

È una pratica vietata, ma che facilmente può aggirare la legge: l'aborto selettivo spinge le famiglie a scegliere solo i figli maschi, mentre le gravidanze, in caso di una figlia femmina, vengono interrotte. Alla base ci sono pregiudizi e ignoranza, e soprattutto retaggi culturali ormai obsoleti ma davvero duri da abbattere.
Fonte: web

Sembra impossibile trovarsi ancora a parlare di paesi che praticano veri e propri aborti selettivi in base al sesso del nascituro, prediligendo i maschi e “scartando” invece le femmine. Lo sembra perché pensiamo siano ormai superati antichi retaggi legati al rango familiare, all’onore, al “costo economico” maggiore di una figlia rispetto a un figlio per quanto riguarda la famosa dote da elargire in occasione del matrimonio, e abbiamo la fiducia di credere che certi pregiudizi sessisti non possano essere ancora così radicati in paesi che, pure, vantano anche una notevole prosperità economica e sono all’avanguardia sotto il profilo dello sviluppo tecnologico e di risorse umane.

Niente di più sbagliato: esiste, e purtroppo ancora in diversi paesi, la cultura maschilista che, se proprio non obbliga, perlomeno “invita” i futuri genitori a scegliere il figlio maschio, liberandosi della femmina. Come? Attraverso l’aborto selettivo appunto, che permette facilmente di aggirare, laddove presenti, le leggi e le restrizioni imposte dai governi proprio per eliminare questa brutale preferenza.

È una strage silenziosa, quella dei feti che hanno la sola colpa di svilupparsi come femmine nel grembo materno, che si perpetra in Stati in ogni parte del mondo; già nel 1990 l’economista indiano, filosofo e premio Nobel per l’Economia Amartya Sen, denunciava “Mancano, nel mondo, almeno 100 milioni di donne“. La sua asserzione deriva soprattutto dalla presa di consapevolezza della situazione dell’epoca del suo paese, l’India, ma anche della realtà cinese, le due nazioni che, in assoluto, hanno attuato maggiormente ciò che alcuni definiscono “gendercidio”, altri, più propriamente, “ginecidio”. Secondo i dati riportati da Gian Antonio Stella sul Corriere, basati su un articolo del 2011 pubblicato sull’Avvenire, l’Accademia cinese delle scienze sociali affermava che i maschi nati in proporzione alle femmine erano 124 ogni 100. In India il numero oscillava da 115 a 120 maschi, con punte particolarmente evidenti in stati come il Punjab e l’Haryana . “Nel 1991 – cita Stella – c’era un solo distretto con un rapporto superiore a 125 ogni 100, nel 2001 erano 46“. Per non parlare della “pubblicità” portata avanti dai medici indiani in favore dell’ecografia, sotto lo slogan “Paghi cinquemila rupie oggi ma ne risparmi 50 mila domani“, con un’evidente riferimento proprio alla dote eventuale, “onere” della famiglia con una figlia femmina.

L’aborto selettivo è diventato una pratica vietata in India nel 1994, in Cina un anno più tardi; ma, come dicevamo poc’anzi, è piuttosto facile aggirare l’ostacolo del divieto, dato che è praticamente impossibile dimostrare che un’interruzione di gravidanza sia stata effettuata per ragioni di preferenze sessuali. Le ecografie in Cina o in India sono alla portata anche delle famiglie meno abbienti, costando circa 12 dollari, e che la realtà sia, a dispetto delle leggi, ancora fortemente diffusa lo testimonia un articolo dell’Economist, che sottolinea come le sole bambine nate dopo l’ecografia in un ospedale del Punjab, nel nord dell’India, fossero proprio quelle che erano “state scambiate per bambini o che avevano un gemello maschio“.

Eppure, qualcuno anche in quella parte dell’Asia sta provando a cambiare le cose: lo stesso premier indiano Narendra Modi nel 2015 ha lanciato la campagna “Beti Bachao Bet Padhao” (Salva una bambina, educa una bambina), denunciando il feticidio femminile ed esortando a cessare la discriminazione sessuale. E la Corea del Sud sta dichiaratamente andando controcorrente rispetto ai vicini, avendo attuato una sorta di “rivoluzione culturale” per cui, come spiega l’Economist, il maggior grado di istruzione femminile e le denunce contro la discriminazione avrebbero imposto un ripensamento della situazione che puntava alla preferenza verso il sesso maschile. Certo, sono piccoli passi rispetto ai 117 milioni di donne che, stando al dossier Onu sulle popolazioni asiatiche presentato a Bangkok nel 2012, mancavano all’appello, però ci sono.

Una targa commemorativa per le bambine mai nate (Fonte: Corriere)

Questa è attualmente la situazione in Asia, ma se pensiamo che l’Europa sia sufficientemente evoluta rispetto ai meccanismi sessisti che invogliano  questi ginecidi commettiamo un errore: è infatti soprattutto nella penisola balcanica che il triste fenomeno dell’aborto selettivo per ragioni sessuali viene usato, al fine di prediligere i figli maschi rispetto alle femmine.  I dati citati da Stella, presi dal think tank Population Research Institute (Pri), e basati su numeri del Census Bureau americano, parlano di oltre 15 mila aborti selettivi in Albania portati avanti dal 2000 al 2014, 2.700 in Bosnia, 7.500 in Kosovo, 3.100 in Macedonia, 746 in Montenegro, 2.140 in Serbia. Qui l’aborto non è vissuto come un libero diritto femminile, per cui generazioni passate di donne hanno lottato incessantemente, ma come una via di fuga, un drammatico escamotage per fuggire a una vita futura ritenuta, inspiegabilmente, più “costosa” se si ha a che fare con una figlia femmina. Ci troviamo di fronte, in questo caso, all’abuso di un diritto, sfruttato per operare una vera e propria selezione sessuale, a una scelta lucida e – siamo sincere – spietata, compiuta da una donna, che già è tale, per negare a un’altra il diritto a diventarlo.

Sono le figlie non volute, le figlie, per parafrasare il titolo di un famoso film, di un Dio minore. Ma sono soprattutto le figlie di un’ignoranza ostinata e reticente, che soffoca il loro diritto alla vita sotto secoli di pregiudizio e oscurantismo.