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Parto in acqua, nulla di più naturale!

Dai vantaggi alle vasche in cui praticarlo, dalle strutture ospedaliere al ruolo del papà: tutto quel che c'è da sapere sul parto in acqua.
Parto in acqua, nulla di più naturale!
Fonte: Web

La nascita è l’evento naturale per eccellenza.

Quale elemento più naturale dell’acqua, dunque, per dare alla luce una nuova vita?

Proprio questa convinzione, unita a una maggiore attenzione alle necessità del nascituro e della gestante, ha fatto sì che negli ospedali italiani il parto in acqua sia sempre più in voga.

Le vasche per il parto in acqua

Il parto in acqua avviene in vasche create ad hoc in vetroresina, un materiale garanzia di pulizia impeccabile. Naturalmente, necessaria la presenza di un’ostetrica – tra i vantaggi della posizione nell’acqua c’è però proprio quello che il personale sanitario è situato al di fuori della piscina, favorendo così la privacy della mamma.

L’acqua deve essere calda, intorno ai 37 gradi. La temperatura deve restare costante per tutta la durata del travaglio e del parto. Inoltre, deve essere pulita. Durante il lieto quanto doloroso evento, infatti, capita con facilità di espellere feci, urina, sangue e liquido amniotico.

Per questo motivo, è fondamentale la dotazione di un impianto per sostituire rapidamente l’acqua contaminata con quella pulita, assicurando così il massimo igiene per mamma e nascituro.

I vantaggi del parto in acqua

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Una pratica intavolata dal ricercatore russo Igor Tjarkowskij nel 1960, poi messa a punto dal medico francese Michel Odent: ad oggi, il parto in acqua non presenta alcun effetto collaterale, in caso di gestazioni prive di complicazioni. In compenso, molti i benefici.

Perché il contatto con l’acqua calda facilita l’allungamento dei muscoli e dei tessuti, attenua la percezione del dolore e favorisce la produzione di endorfine, ormoni che aiutano la distensione fisica e, quindi, psicologica. Inoltre, un ambiente tranquillo e raccolto quale una vasca colma di acqua calda permette una maggiore riflessione della partoriente su se stessa e sui segnali che le inviano sia il proprio corpo che il suo bambino.

Per il bambino nascere in acqua significa trasferirsi dal liquido amniotico a un altro del tutto simile, vivendo così il passaggio dal grembo materno alla “vita reale” più dolce. Certo, non appena il neonato verrà alla luce andrà posto sull’addome materno. In primis, per favorire il cosiddetto imprinting e poi affinché avvenga la respirazione, stimolata dal repentino sbalzo di temperatura.

Le strutture ospedaliere in cui si pratica il parto in acqua

Foto: Web
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In Italia le strutture ospedaliere attrezzate in questa tecnica sono molteplici, sebbene la maggior parte sia situata nell’Italia settentrionale e centrale, specie in Emilia Romagna. Inoltre, si può optare per la soluzione “parto-in-acqua-in-casa”. L’acqua, accostata alle mura domestiche, crea un mix di rispetto e di intimità. Ecco il motivo per cui è possibile noleggiare una vasca, con una spesa di circa 400 euro – senza dimenticare di farsi accompagnare e aiutare in quest’evento così importante da un’ostetrica.

La curiosità

Il parto in immersione si serve del cosiddetto “riflesso di apnea”, una reazione che si mette in moto nel momento in cui l’acqua sfiora il viso del neonato. Ecco perché non c’è alcun pericolo che il bambino possa bere.

Il papà

Foto: Web
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E il papà? Così come per il parto più tradizionale, anche in questo caso può assistere al lieto evento. Previa una doccia – per evitare di contaminare l’acqua – e il consenso della  partner. Alcuni studi hanno perfino dimostrato che il parto in acqua crea traumi minori nel genitore: se il parto tradizionale, infatti, crea in lui un senso di impotenza a causa del dolore a cui è sottoposta la propria donna, quello in acqua riduce drasticamente la questione. A tutto vantaggio della coppia – ormai, sono noti i casi di papà che, dopo aver visto la mamma di suo figlio subire il travaglio e il parto, “scoppiano”.