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La gravidanza è social. Sempre più donne (e uomini) amano condividere su Facebook la bella notizia di aspettare un bambino, magari con un servizio fotografico o anche solo pubblicando un'ecografia. Una donna ha però voluto evitarlo e in un articolo spiega perché.

Domanda. Quanti neogenitori ci sono nella nostra vita? Quante persone, fra quelle che conosciamo, hanno avuto un bambino nel corso degli ultimi due anni? Pensiamo alla risposta. Due, dieci, venti? Ok. E adesso facciamoci un’altra domanda, tutte insieme, è un esperimento. Quante di queste persone hanno condiviso, in qualsiasi forma, il lieto evento su Facebook? Andremmo piuttosto sul sicuro se rispondessimo “molte”. Probabilmente ci avvicineremmo ancora di più alla realtà con “quasi tutte“. Perché la gravidanza oggigiorno è social. D’altro canto, la nascita di un bambino fa discutere: quante volte si sente parlare di quale sia il parto migliore, fra quello naturale e quello cesareo?

E non è una critica o un’affermazione sarcastica ma, se ci pensiamo, un dato di fatto. Molti (futuri) genitori avranno pubblicato un’ecografia dopo i primi 3 mesi. Diverse donne saranno apparse in foto mostrando un bel pancione, sorridenti e felici. Alcune avranno scritto status divertenti sui piccoli disagi della gravidanza, il corpo che cambia, la voglia irrefrenabile e senza speranza di farsi un uramaki al sushi all-you-can-eat. Scommettiamo che ci sarà almeno una coppia, fra i vostri contatti social, che ha posato per un bellissimo servizio fotografico, magari con delle scarpine in mano o con il pancione dipinto.

Tutto questo va benissimo, ovviamente, e se ci pensiamo è abbastanza normale: tendiamo tutti a voler condividere con gli altri le cose belle che ci succedono. E, in questo momento, la maniera più veloce per coinvolgere molte persone in un avvenimento gioioso è Facebook. Ma c’è anche chi preferisce non dire niente a nessuno, se non alle persone più strette (quelle che frequenta anche offline), e per tutta una serie di motivi in cui molti potranno riconoscersi. È il caso di questa donna.

L’imprenditrice Ellen Gustafson ha scritto per Cosmopolitan un articolo dal titolo “Perché non ho postato una singola foto della mia gravidanza sui social”. Oggi è madre di una bambina sana. Ha però alle spalle gravissime difficoltà nel dare alla luce un figlio: difficoltà che sono alla base delle sue motivazioni nel non pubblicare nulla, ma proprio nulla, su Facebook. In effetti, la prima volta che ne ha parlato pubblicamente è stata con questo articolo.

Fonte: web

Non ho postato niente – scrive – perché finché non ho visto la mia bambina al sicuro fra le mie braccia, non sono stata totalmente sicura che lei sarebbe davvero arrivata”. Superstizione? No, tutt’altro. Semmai si tratta di sensibilità verso tutti coloro che non riescono ad avere figli. Quelle persone che lottano per anni e non solo soffrono, ma magari si sentono anche inadeguati, perché sembra che tutt’intorno gli altri non facciano che annunciare lieti eventi. Non si tratta solo di mettersi nei panni di queste persone: Ellen lo capisce perché ci è passata.

La scelta viene da una profonda empatia con il dolore che questi annunci felici, specie quando viaggiano sui canali social, provocano nelle coppie che cercano disperatamente di avere un figlio, ma spendono mesi e anni e migliaia di dollari (senza dirlo a nessuno) nel tentativo di concepire. Il nostro percorso per diventare genitori è stato troppo complicato per annunciarlo in un tweet di 140 caratteri. E così ho realizzato una cosa: nelle nostre vite social, curate in ogni minimo dettaglio, non c’è spazio per i fallimenti. Non compaiono i test di gravidanza negativi. Non compaiono gli aborti spontanei o i problemi di salute dei feti. Ma ciò non vuol dire che non ci siano.

Insomma: le coppie che hanno problemi di concepimento sono molte più di quanto pensiamo. L’infertilità è un problema diffuso e il 20% delle gravidanze termina con un aborto spontaneo. “Posso assicurarvi – scrive Ellen – che nel mio feed di Facebook, nonostante io abbia molti trenta-quarantenni fra i contatti, queste difficoltà non compaiono mai. Alcuni miei cari amici hanno avuto problemi nel concepimento, e io lo so; ma non hanno mai fatto cenno pubblicamente alla cosa. Quelli che alla fine ce l’hanno fatta hanno postato le ecografie, magari scrivendo soltanto ‘finalmente’. Alcune delle mie amiche più intime mi hanno rivelato di aver perso un bambino nei primi 3 mesi di gravidanza, ma molto dopo che era successo“.

Fonte: web

Ancora una volta, saremmo portate a dire che è normale: sono dolori troppo privati, troppo profondi, mentre una gioia è forse più normale volerla condividere con tutti. Ma questo ci fa correre il rischio di avere una visione distorta del concepimento. Chi ci prova, ci prova e proprio non ci riesce, ha spesso l’impressione di essere l’unica persona sbagliata in mezzo a tanti genitori felici e inconsapevoli, che non hanno avuto alcun problema nel dare alla luce un figlio. Magari non è così, ma il punto è che noi non lo sapremo mai. E questo perché – vuoi per il dolore, vuoi perché permane quell’impressione sotterranea che non poter avere figli sia un fallimento – nessuno racconta i momenti più bui del proprio percorso di genitore.

Ellen è portatrice di un disordine autoimmune legato ai cromosomi che ha causato molti aborti spontanei nella sua famiglia, tutti nel caso di embrioni maschi. Dopo anni di esami e dopo aver perso un bambino, lei e il suo compagno hanno dato alla luce una figlia sana. Ma Ellen non ha dimenticato il profondo senso di solitudine nel vedere annunci di gravidanze nel proprio feed di Facebook. E questo l’ha portata alla scelta di non voler condividere la gioia di essere madre, se non raccontando la vera storia di tutto il dolore che l’ha preceduta.

In un universo social più onesto e attento, le persone potrebbero parlare pubblicamente delle loro gravidanze interrotte e ricevere aiuto e supporto. Con un dialogo più aperto sugli aborti spontanei e sull’infertilità, uomini e donne potrebbero trovare molte più risposte sul perché le cose non vadano come vorrebbero loro. Felice come sono per essere finalmente diventata madre, non potevo limitarmi a darne allegramente l’annuncio senza raccontare tutta la storia. Forse, se più persone condividessero storie simili alla nostra, potremmo aprirci a una discussione su concepimenti e nascite più onesta… e che vada oltre i 140 caratteri.