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E se tornassimo a fare i genitori che ai colloqui scolastici ascoltano?

Com'è possibile anche solo pensare di parlare della necessità di un'educazione digitale, quando ancora non ci siamo capiti sul termine educazione?
E se tornassimo a fare i genitori che ai colloqui ascoltano e non difendono i loro figli?
Fonte: Web

In questi giorni è salita alla ribalta social la lettera di un padre di Varese ai docenti del figlio, in cui il genitore comunicava loro che “come ogni anno” il figlio non ha fatto i compiti estivi, motivando la scelta con l’elenco di una serie di attività fatte insieme e un “voi avete nove mesi circa per insegnargli nozioni e cultura, io tre mesi per insegnargli a vivere”.

Ora, registrato il dato che le prime comparse sui social della lettera in questione sono state accompagnate da ovazioni entusiaste alla visione illuminata di questo padre-eroe, paladino di una formazione più autentica, e ora piovono critiche, che ne argomentano e delegittimano il messaggio diseducativo, la domanda è

Com’è possibile anche solo pensare di parlare di educazione digitale, quando ancora non ci siamo capiti sul termine educazione?

Di cosa stiamo parlando, se il giorno dopo le scuse a Tiziana Cantone del web, gli stessi penitenti continuano a fare click baiting alimentando la colpa nei fronti di questa donna che, se c’è stata, allora è perpetrata anche dopo la retorica facile di mea culpa più dovuti e politically correct che sentiti?

Questa è la lettera, per quei pochi che ancora non l’avessero letta:

Fonte: Web
Fonte: Web

Ora, inutile soffermarsi su quanto la logica che sottostà a queste parole fa acqua da tutte le parti, dal punto di vista civico e sociale, prima ancora che da quello educativo.

Quello che, di primo impatto, può sembrare un atto pedagogico rivoluzionario e vitale, nasconde, neanche troppo bene, un insegnamento alla prevaricazione, all’aggressività sociale e alla deresponsabilizzazione.

Esattamente quel tipo di insegnamento che, citando il post sul tema di Diego Cajelli di Diegozilla

mi porta a non pagare il biglietto dei mezzi pubblici, o a fottermene delle regole se quelle regole non si incastrano perfettamente con i miei desideri personali.

Questa lettera mina il valore formativo dell’autorevolezza, del dovere, dell’appartenenza a un gruppo in nome di una legge dell’individuo non apertamente dichiarata, magari, ma che non può essere altro, nel momento in cui rifiuta le regole di un vivere civile. Ed ecco allora che la pedagogia illuminata diventa, in chiave molto meno poetica, legge primitiva (e violenta) del più forte. Attenzione, non del più meritevole o del più intelligente, ma del più autoritario (ché con l’autorevolezza ha ben poco a che vedere).

Lascio l’analisi di queste parole – solo apparentemente miti – a chi già l’ha fatta. Mi limito a un sorriso sarcastico, che sorriso non è, rispetto a quel ho 3 mesi per insegnargli a vivere, che oltre a essere tristemente discutibile (e negli altri 9 mesi? smette di insegnarglielo?), mette in discussione anche l’intelligenza di un figlio che, in quanto individuo dotato di volontà e intelletto, impara a vivere quotidianamente, inevitabilmente, anche in maniera indipendente dal padre più presente.

Educazione digitale, dicevamo? Siamo sicuri di essere pronti a parlarne? O non è invece il caso di partire dalle basi?
La questione non è “Quando andavo a scuola io, se la maestra mi dava un ceffone, poi a casa mia madre me ne dava altri tre”. Non è forse la generazione di questi figli cresciuti a ceffoni in casa, chiesa e famiglia, che si è prodigata (o si prodiga) a spianare la strada a pupi inetti deresponsabilizzati da ogni sbaglio e con questo deprivati dalla possibilità di diventare adulti interiormente oltre che anagraficamente?

Come è possibile parlare di educazione digitale, quando l’educazione senza aggettivi è quella della jungla che tira su ragazzi duri fino alle lacrime, alla cacarella e all’incapacità di far fronte al minimo degli imprevisti, figuriamoci a un errore o un problema. Per la serie: “Non rompermi i coglioni, io faccio quel cazzo che voglio e se non vi va bene chiamo papà”. Impavidi eroi!

Quando è successo che abbiamo deciso che è della scuola o, comunque, sempre di qualcun altro che non siamo noi, la colpa di tutte le carenze emotive, intellettuali e di personalità che abbiamo passato ai figli o ci sono state passate da genitori troppo intenti a proteggerci dal sacrificio del dovere e a riparare ai nostri errori, tanto da averci trasformati in adulti incapaci di vivere in una società se non diventando violenti e frustrati uomini-senza-qualità, possibilmente famosi?

Quando è successo che abbiamo smesso di andare ai colloqui scolastici o qualcuno ha smesso di venire ai nostri per ascoltare e non già con in mente le cose da dire?

Quando è successo che la responsabilità è diventata una cosa brutta, noiosa, da pecore del gregge e non il primo passo verso la libertà?
Quando che il gregge delle vere pecore/leoni di papà (e mamma) è diventato così numeroso?

Quando abbiamo cominciato a mettere i nostri figli o quando, esattamente, qualcuno ci ha messo sotto la campana di vetro degli alibi, dei non-è-colpa-tua-mai (allora neppure merito, MAI), di un’età adulta senza responsabilità e voglia di essere migliori, che ci hanno reso così spavaldi fuori ma inesorabilmente e infelicemente fragili dentro?