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Mom shaming: il bullismo delle madri perfette

Abbiamo il privilegio di poterci fare domande sulle scelte che facciamo per i nostri figli e strumenti per approfondire e confrontarci che usiamo, invece, per giudicarci e insultarci, misurando il nostro essere brave madri sul fatto che altre siano madri peggiori di noi.Siamo diventate madri bulle che difendono i loro figli dal bullismo.
Dal video The Mother ‘Hood, by Similac

A 3 mesi già non lo allattavi più?

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Ma dai, lo allatti ancora? Così grande?

Come hai fatto a tornare al lavoro quando lui aveva 3 mesi?

Davvero gli dai i baby food e non gli prepari gli omogeneizzati in casa. E ti trovi bene?

Dal vivo, si limitano a lasciare in sospeso domande accompagnate da una smorfia di disapprovazione, che si assicurino arrivi a destinazione prima di mostrarsi sollecite nel camuffarla dietro a un sorriso candido: perché, per carità, chi sono loro per giudicare… Dal vivo.
Lo fanno poi in gruppi Whatsapp esclusivi, sui social e all’uscita di scuola con la loro setta di mamme iniziate alla maternità perfetta.

Dal vivo, in genere, sono subdole e melliflue nel lasciar cadere frasi e parole farcite di “secondo me” e citazioni di illustri pedagogisti a supporto delle loro ragioni, con l’aria umile di chi non imporrebbe mai il suo pensiero e la compassione negli occhi per l’ignoranza colpevole e scandalosa davanti a loro dove, guarda caso, ci sei tu. In gruppo e sui social, sono risolute, dittatoriali e anche violente nel dirti che stai “avvelenando tuo figlio”, lo “stai traumatizzando, rovinando”, “non lo stai educando nel modo corretto”, “povero bambino con una madre come te”.

Sono le mamme perfette, le mamme bulle, quelle che, sospetti, abbiamo preso una laurea in Maternità esemplare a te ignota; quelle che tutte le altre mamme sono oggetto di commiserazione o disprezzo:

E pensare che ci sono tante altre donne che sarebbero madri perfette e non li possono avere.

Sono tanti gli articoli e gli studi del XXI secolo che si sono concentrati sul fenomeno del bullismo femminile e non è un caso: sono tanti, e sono in aumento, perché tanto e in aumento è il bullismo tra ragazze e donne.
Prendiamo per esempio il libro di Rosalind Wiseman, educatrice e fondatrice di Creating Cultures of Dignity, organizzazione che aiuta i ragazzi ad affrontare le sfide sociali dell’età adulta, Queen Bees and Wannabes: la Wiseman ci restituisce un ritratto delle bullette della scuola come creature socialmente competitive che si sforzano di essere popolari e potenti, attraverso la vittimizzazione degli altri che hanno la sola scelta di essere loro “sudditi” e seguaci o esseri da disprezzare, isolare e vessare. Non si tratta di ragazze provenienti da famiglie disagiate e classi sociali infime: il fenomeno è trasversale, non fa distinzione di rango sociale.

Non sono fisicamente violente come lo può essere un maschio (a volte sì), ma sanno esserlo in modo altrettanto pesante per vie indirette e più subdole, scrive la Wiseman, che rileva anche un altro aspetto chiave: sono ragazze così abituate al loro potere che, in alcuni casi, non sono neppure consapevoli di soggiogare e zittire gli altri e che crescono esercitando la loro dittatura fino a diventare

l’ex bulla della scuola che ora se ne sta seduta vicino a te nella sala d’attesa del pediatra.

Da ragazzina bulla a mamma bulla.
In altri casi, invece, l’ex ragazza non popolare trova inedita popolarità nel suo essere mamma bulla. Come dire, da vessata – o più semplicemente ignorata – a vessatrice protagonista.

Nessuna madre è al riparo dalle mamme bulle. Non noi, non le mamme VIP, basti pensare a Hilary Duff e Belen, pesantemente criticate sui social per i baci sulle labbra ai loro bambini, o a Chrissy Teigen per una serata mondana concessasi poco dopo la nascita della sua bambina.

Insulti, giudizi, odio mascherati dietro l’alibi della salvaguardia del benessere del bambino, frutto di donne che cercano di compensare la bassa autostima (o far brillare per contrasto il loro eccesso di autostima) in un’epoca in cui diventare madre non è più un’esperienza intima, ma sociale nel senso di social e sempre meno sociale nel senso di rete di affetti.

Le donne sono sempre diventate madri, anche quando Instagram e Facebook non permettevano loro di vessare l’universo mondo con la parabola che da due righe rosa su un test di gravidanza porta alla nascita di un figlio, e poi da lì a tutte le sue tappe successive.
Il fatto è che, nell’era dei social, diventare ed essere madri è diventato molto più difficile: una sfida alla perfezione e all’inseguimento di uno stato sociale che necessita dell’approvazione altrui, concessa a like e numero di commenti.

Come essere all’altezza degli annunci di nascita sempre più originali?
Come svelare in modo creativo il sesso del nascituro?
Come esserlo rispetto ai reportage fotografici professionali ed emozionali del post parto e nella stessa sala parto?
E poi come essere all’altezza della festina di compleanno del compagno di classe, degli outfit social del pupo, della messa in posa dei giochini per la foto perfetta? Sempre a mantenere alto il livello, ché basta un passo falso, ché son lì tutti a giudicare cosa posti e cosa non posti.

Il massimo dell’imperfezione della maternità concessa oggi è quella della mamme blogger che guadagnano follower raccontandoci il lato duro dell’essere madre, i piedi gonfi in gravidanza, la depressione post partum, quel sentirsi imperfette che ci fa dire “allora non succede solo a me”. Ma anche le loro foto hanno sempre il filtro di Instagram o, in sua assenza, sono comunque il ritaglio di un dettaglio che mostra solo un pezzetto di un’imperfezione ben più grande che, vista così, non sembra poi granché. Sicuramente è più affascinante della nostra: almeno la sua ha fato x mila like e x mila commenti di persone che le mandano cuoricini e parole di incoraggiamento.

Persino la crudezza di un parto altrui, sublimata nella perfezione immobile di uno scatto d’autore, è migliore delle tue grida, del tuo sudore, delle tue lacrime. Mentre quel bianco e nero o i giochi di luce sono così distanti dalle luci fredde della tua sala parto, in quell’unica fotografia scattata senza posa che ti ritrae con quel pallore verdognolo e sciupato, senza la magia promessa dalla presunta reale “iconografia materna” che avevi visto scorrendo le foto di maternità altrui.

Così nasce la competizione tra mamme e la mamma bulla, per sua natura priva di empatia e ricca in competizione, conosce bene le regole del suo personale Truman Show: conosce i filtri giusti da mettere alle immagini, sa bene dove nascondere i “panni sporchi” che si lavano in casa o si ignorano ostentandone solo di puliti. Conosce le pose giuste per essere perfetta senza risultare esibizionista che, sia chiaro, la protagonista non è lei, ciò che conta è sempre e solo il benessere del bambino: tutto è fatto per rappresentare il film di ciò che è meglio per lui.

Su tutto c’è la necessità di esprimere un pensiero o, in sua assenza, di argomentare la sua perfezione di madre con il resoconto delle sconfitte di maternità altrui.
La madre perfetta sa tutto: sa se per tuo figlio, non solo il suo, è meglio l’allattamento al seno e per quanto o se è tempo di optare per la formula; sa se è meglio la fascia, il marsupio o il passeggino; sa tutto sui vaccini e può dirti la verità su farmaci chimici, rimedi naturali o omeopatici; ne sa di autosvezzamento, baby food, di teorie educative; sa qual è l’asilo migliore e sa che tu non potrai ormai fare altro che cercare di contenere i danni causati a tuo figlio dalla scuola che hai scelto per lui senza consultarla..

Quando è successo che la maternità è diventata un fatto di divisione e non di unione tra donne?
Mia nonna raccontava, con la serenità di chi non ha mai pensato potesse essere un disonore o un rischio per il legame con i suoi figli, di come mia madre e i miei zii siano stati nutriti da una “balia”, ovvero un’altra madre del paese che, in quel momento, aveva una latteria al posto delle tette, mentre le sue erano vuote.
Quand’è diventato un’onta, una colpa, un problema cui cercare di porre rimedio pompando le tette con marchingegni di tortura o sessioni estenuanti e frustranti di allattamento “senza latte”, anche contro il sentire della donna?

Dev’essere successo quando la maternità ha smesso di essere un fatto personale in termini di emozioni e della comunità nel senso di sostegno alla nuova madre. 
Allora la priorità era allevare i figli, lavorare i campi, far quadrare i conti di pochi soldi divisi su tante bocche da sfamare.
Quale poteva essere il senso di fare una guerra a una donna con cui potevi condividere piuttosto fatica e mutuo soccorso?
Chi avrebbe avuto il tempo, posto che ce ne fosse una, di consultare una piattaforma in cui accanirsi su altre madri? Perché, la madre bulla giurerà che non ne ha, ma per sputare sentenze sulle scelte altrui di tempo devi averne molto.

Partoriamo e cresciamo i nostri figli spesso lontani da quella comunità che ci ha visto crescere e dalle nostre stesse famiglie di origine, abbiamo il privilegio di poterci fare domande sulle scelte che facciamo per i nostri figli e strumenti per approfondire e confrontarci che usiamo, invece, per giudicarci e insultarci, misurando il nostro essere brave madri sul fatto che altre siano madri peggiori di noi.

Perché, nell’era dei social, siamo tutte un po’ madri bulle che cercano di difendere i loro figli dal bullismo. Perdiamo più tempo a fare lo scatto e a cercare il filtro che meglio valorizzerà la nostra foto al parco con il bambino che a giocare con lui. Abbiamo bisogno di dimostrare agli altri che siamo brave madri, per convincerci di esserlo, per colmare quel senso di difetto e, a volte, di frustrazione e di vero e proprio fallimento che fa parte del nostro essere genitori.

Se sei un “genitore normale” ti dici già da solo “non sono un genitore perfetto”, “avrei dovuto”, “avrei potuto” e anche “sono stato un cattivo genitore”. Non c’è bisogno che qualcun altro lo dica al posto tuo.