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"Non ce la faccio più a fare aborti", parla il medico obiettore. I numeri e la legge

La morte di Valentina Milluzzo, incinta di due gemelli da cinque mesi, ha sollevato la questione dell'obiezione di coscienza in Italia. Vediamo insieme qual è la situazione, cosa dicono i numeri e cosa ne pensano i medici
“Non ce la faccio più a fare aborti”, parla il medico obiettore. I numeri e la legge
Fonte: Web

Valentina Milluzzo, la trentaduenne di Palagonia incinta di due gemelli, è deceduta il 16 ottobre 2016 dopo aver dato alla luce i bambini, prematuri e già senza vita. La gravidanza era al quinto mese. La questione è delicata, perché Valentina voleva abortire. Secondo l’avvocato di famiglia il medico dell’ospedale di Catania, obiettore di coscienza, si sarebbe rifiutato di operare finché i due feti – che presentavano dei problemi – fossero stati in vita.

Ma la Magistratura ha indagato e ritiene che non ci sia correlazione fra la morte della ragazza e l’obiezione. Primo perché non risulta, dai registri dell’ospedale, che quel medico fosse obiettore. E secondo perché non si trattava di un’interruzione volontaria di gravidanza, ma di una situazione di emergenza. In questi casi, quando c’è in ballo la vita della mamma, il medico non può ovviamente tirarsi indietro.

Come abbiamo detto, è una situazione estremamente delicata e non sta a noi dare un giudizio. Ma la morte di Valentina ha sollevato la questione dell’obiezione di coscienza in Italia, che in effetti è particolare e fa riflettere. Per averne un’idea più chiara, proviamo a fare insieme il punto. Leggeremo anche le ragioni di un medico che è diventato obiettore dopo tanti anni di servizio, intervistato di recente da Vanity Fair.

1. Cos’è l’obiezione di coscienza e cosa dice la legge

Fonte: Web
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Stiamo parlando della famosa Legge 194 del 1978. Ecco cosa dice: “L’obiezione di coscienza esonera il personale sanitario ed esercente le attività ausiliarie dal compimento delle procedure e delle attività specificamente e necessariamente dirette a determinare l’interruzione della gravidanza, e non dall’assistenza antecedente e conseguente all’intervento”. In pratica: il medico può rifiutarsi di praticare un aborto, ma ha l’obbligo di garantire comunque assistenza alla paziente, se necessario. Quando un medico rifiuta di praticare aborti si dice obiettore di coscienza.

2. I numeri in Italia

Fonte: La Stampa
Fonte: La Stampa

Stranamente, negli ultimi dieci anni il numero degli obiettori in Italia (già alto rispetto alla media) è cresciuto. Se nel 2005 sfiorava il 59%, nel 2013 si registra il 70%. 7 medici su 10 rifiutano di praticare aborti. Con picchi del 90% nelle zone meno centrali dell’Italia, come la Basilicata e il Trentino. A parte la Valle d’Aosta, che registra il 13%, nessuna regione ha una media sotto al 50%. Gli ospedali in cui si possono praticare aborti sono circa il 60%.

Sta tutta qui la polemica sull’obiezione di coscienza: secondo alcuni, abortire in Italia è troppo difficile. E se da una parte il medico è libero di agire secondo la sua etica, dall’altra il rischio è che le donne si rivolgano a persone non qualificate. Con la possibilità di gravi ripercussioni sulla loro salute.

3. Perché si diventa obiettori? Le ragioni dei medici

Fonte: Web
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L’intervista di Vanity Fair è rivolta a un medico di 62 anni, che per anni ha praticato aborti proprio per questa ragione: per garantire comunque alle donne un servizio sicuro.

Ho praticato migliaia di aborti nella mia vita. Ho scelto di non essere obiettore quando mi sono laureato, perché volevo che le donne che decidevano di abortire lo potessero fare legalmente e non finissero nelle mani di delinquenti improvvisati. Ma per me, e credo anche per la maggior parte dei miei colleghi, ogni volta era uno strazio. Provavo un disagio psicologico e fisico. L’aborto avviene attraverso l’introduzione di una canula all’interno della cavità dell’utero e l’aspirazione del materiale in essa contenuta. Quindi aspiriamo via la vita.

Questo fino alla dodicesima settimana di gravidanza. Superata la dodicesima, o si fa partorire la donna inducendo il parto o si fa l’aborto asportando il feto dalla cavità uterina. Questo succede quando le donne non rispondono all’induzione, è una pratica necessaria. Vuol dire portare fuori pezzo per pezzo parti di bambino. Stavo male ogni volta. Rispetto, però, le scelte degli altri. Le rispetto così tanto che, appunto, per anni mi sono schierato contro l’obiezione”.

Ovviamente le ragioni etiche sono al primo posto fra le motivazioni degli obiettori. Ma subentrano anche altri fattori, come le complicazioni burocratiche e, soprattutto, il danno alla carriera: in Italia i non obiettori sono fortemente penalizzati. E così, molti di quelli che accetterebbero di far abortire una donna non lo fanno comunque, perché temono ripercussioni sul proprio lavoro.

4. Quando si può praticare l’obiezione?

Fonte: Web
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In tutti i casi in cui gli esami sono regolari e non c’è pericolo di vita per la madre, o per il bambino. Perché in quel caso subentra il giuramento di Ippocrate. Secondo la legge, il medico è comunque obbligato – se la paziente lo richiede – a garantire assistenza. Ci sono Paesi, come l’Inghilterra, in cui una sorta di legge non scritta impone di trovare alla paziente un altro medico quando ci si rifiuta di praticare l’aborto.

Qui in Italia, questo è certo, l’ospedale deve garantire del personale non obiettore; ma le cose non sempre stanno così. Perché i medici non obiettori scarseggiano, e chiamarne di esterni è ovviamente un costo. La speranza è che le cose cambino perché, al di là delle proprie idee sull’aborto (che sono intime e personali), la sicurezza deve sempre essere al primo posto.