La balia e il ruolo nell'emancipazione femminile | Roba da Donne

Un tempo c’era una figura femminile entrata a far dell’immaginario collettivo e che ancora oggi viene usata per descrivere chi, con devozione e premura, si prende cura di persone giudicate bisognose di protezione. Parliamo della balia, un mestiere oggi praticamente scomparso, ma che a lungo ha dato da vivere a moltissime donne, soprattutto delle fasce meno abbienti.

Balia: cosa significa?

L’etimologia della parola balia è presumibilmente da far risalire al latino, baiŭla(m), f. di baiŭlus, ovvero “portatore”. In effetti, leggendo dal vocabolario Treccani, la balia è la

Donna che dà il proprio latte a un bambino altrui, in genere dietro compenso (b. mercenaria).

Da lì è nata tutta una serie di espressioni e modi di dire, riportati sempre dal dizionario, come

fare la b.; andare per balia (cioè a fare la balia in casa dei genitori del bambino); prendere, dare, mandare il bambino a balia, levarlo, riprenderlo da balia; sedia da balia, tipo di sedia rustica con sedile basso e alto schienale; b. asciutta, donna che, pur non dandogli il latte, ha cura di un lattante, facendo le veci della madre (scherz., anche riferito come soggetto a un uomo, fare la b. asciutta a un bambino, accudirlo, sorvegliarlo in assenza della madre). Modi fig.: fare da b. a qualcuno (anche adolescente o adulto), assisterlo e trattarlo con cure eccessive

Il mestiere della balia

balia
Fonte: web

Come detto oggi le balie non esistono praticamente più, ma un tempo questa era una figura davvero fondamentale cui venivano delegati ruoli, anche biologici, importantissimi nella maternità, come l’allattamento e la cura dei neonati.

Era infatti prassi delle donne appartenenti alle classi più agiate delegare il compito di nutrire al seno i poppanti ad altre donne, spesso scelte tra la popolazione contadina; una sorta di “madre surrogata“, che permetteva alle signore aristocratiche di non avere ripercussioni negative sul corpo e che, in buona sostanza, non era diverso dal wet nursing praticato con le schiave nere dalle proprietarie.

Perché bisogna celebrare le donne nere che allattano al seno

Ovviamente, per poter adempiere al ruolo, la balia doveva essere una partoriente o una neomamma a sua volta; nel periodo in cui era chiamata a occuparsi del neonato lasciava la campagna per trasferirsi nella casa di città dei signori, e solo in rare occasioni poteva pensare anche ad allattare il proprio bambino; altrimenti – molto più spesso – doveva a sua volta delegare un’altra donna affinché provvedesse. Qualora i suoi compiti si limitavano alla sola cura, senza pensare all’allattamento, allora la balia veniva chiamata “asciutta”.

Generalmente l’incontro tra domanda e offerta era facilitato dalle stesse famiglie contadine, che presentavano le donne indicate come ideali nel ruoli di balia ai medici o alle levatrici;  a proposito di standard, era convinzione dell’epoca che alcune caratteristiche fisiche della donna, come l’altezza, o il colore dei capelli, indicassero una maggiore propensione allo svolgimento di quel lavoro così delicato, il che comportava anche un trattamento economico diverso, a seconda della tipologia di donna.

In questo trattamento rientrava anche la spesa per l’eventuale viaggio in città, oltre a un salario mensile basato sul reddito della famiglia ospitante. Il lavoro durava generalmente dai 12 ai 24 mesi ma, visto l’alto tasso di mortalità infantile, o le impossibilità di allattare per periodi troppo prolungati, in realtà il tempo effettivo era sempre inferiore.

Per quanto spesso la balia potesse essere impiegata anche da altre famiglie, più frequente era il caso in cui rimaneva presso la famiglia che l’aveva ospitata per svolgere altre mansioni, ad esempio quelle domestiche; anche perché, nel tempo si consolidava un rapporto molto profondo con il fratello (o sorella) di latte, ovvero il bambino allattato.

La storia delle balie

La balia può essere considerata anche un simbolo dell’emigrazione femminile, ma anche di emancipazione sociale; per capire di cosa stiamo parlando è sufficiente leggere questo estratto del Dizionario enciclopedico delle migrazioni nel mondo, che racconta di come, tra il finire del XIX secolo e l’inizio del XX

[…] iniziò un flusso consistente di una nuova tipologia di lavoratrici italiane alla volta di Francia, Svizzera e Austria soprattutto.

L’esodo, nel nostro Paese, spinge la popolazione soprattutto verso i centri urbani di Veneto, Piemonte e Lombardia. Quello della balia era un mestiere piuttosto ambito, perché consentiva di guadagnare fino al triplo di un operaio, senza contare le condizioni di vita ottime, specie se rapportate a quelle di altre figure professionali come lavandaie o cameriere.

A loro spettava infatti un corredo composto da indumenti intimi, vestiti da casa, vestaglie, grembiuli, pettorali ricamati, e non era rato che ricevessero in dono orecchini o spille; inoltre erano solite portare cuffie o cappelli che le facessero riconoscere, o gioielli di corallo con cui, scaramanticamente, si pensava di poter di propiziarsi abbondanza e bontà del latte.

La balia sedeva ai pasti coi padroni, servita dalle altre donne impiegate in casa, perché era ovviamente fondamentale controllare che si nutrissero adeguatamente, e veniva riempita di regali per scacciare la nostalgia che talvolta poteva affliggerla. Non è un caso se, come abbiamo già detto, una volta terminato il loro compito molte balie decidevano comunque di restare in casa con altre funzioni, come balie asciutte.

C’è inoltre un aspetto, nella figura della balia, analizzato ad esempio da Daniela Perco nel libro Balie da latte, da non sottovalutare, perché a suo modo rivoluzionario rispetto al periodo di diffusione di questo mestiere: quello dell’emancipazione e dell’indipendenza economica, all’epoca veri miraggi per la popolazione femminile. Le balie, spiega Perco, erano donne che

[…] spesso anche a costo di lunghe assenze da casa e di sacrifici, sono riuscite a valorizzare le poche risorse di cui disponevano per andare incontro al proprio progetto di donna autonoma che lavorava per sé, emancipata dal marito o dalla famiglia, una donna che viaggiava da sola soprattutto in treno per arrivare a destinazione nei Paesi europei, ma che a volte era possibile incontrare durante le lunghe e pericolose traversate oceaniche. […] a ragioni puramente economiche si sovrappongono in certi casi anche altre motivazioni, non ultime esigenze di autoaffermazione e di autonomia della donna. I lunghi periodi di assenza influiscono, in modo talora duraturo, sui rapporti affettivi: i figli naturali, rimasti in paese, provano spesso un senso di estraneità nei confronti della propria madre, mentre, dall’altra parte, i figli di latte si legano profondamente alla balia che li ha nutriti e allevati.

C’era inoltre un profondo cambiamento sociale che avveniva nelle balie, le quali passavano dall’essere donne appartenenti alle comunità rurali al fare propri i costumi dei padroni borghesi, che si avvertivano nitidamente nel modo di vestirsi o di comportarsi che a lungo andare assumevano. Resta comunque da sottolineare come, di fatto, questa forma di emigrazione femminile abbia contribuito notevolmente a innalzare il livello di vita nelle campagne, modificando inevitabilmente anche il modo di pensare di queste donne, che, a differenza delle loro compaesane rimaste nella terra d’origine, assunsero un approccio diverso alle relazioni interpersonali, e un’apertura mentale maggiore.

La figura della balia cominciò a essere sempre meno utilizzata sia per via della maggiore emancipazione delle classi subordinate che per l’affermarsi del latte artificiale, il cui primo rudimentale metodo di produzione fu brevettato nel 1847. Nonostante oggi sia una figura assente, storicamente la balia si è ritagliata uno spazio davvero molto importante, e a dispetto di quanto si possa pensare, ha avuto un suo ruolo anche nel processo di emancipazione delle donne.

Articolo originale pubblicato il 3 Settembre 2020

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