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Galleria: “La mia vita con la diastasi addominale”, la storia di Lisa

"La mia vita con la diastasi addominale", la storia di Lisa

La diastasi addominale colpisce molte neo mamme. Lisa ha deciso di parlarci della sua esperienza, e di un gruppo che l'ha aiutata molto a prendere consapevolezza del problema e di come curarlo.

Ci sono problematiche e malattie che spesso, socialmente, non vengono percepite come tali; anzi, talvolta i segni della loro presenza sono interpretati non solo nella maniera errata dagli esterni, ma persino con toni di scherno e derisione, il che contribuisce ad acuire quel profondo senso di inadeguatezza e di imbarazzo rispetto al proprio corpo di chi ne soffre.
La diastasi addominale, ad esempio, e in maniera molto ignorante, è spesso scambiata come “chiletti ancora da smaltire” dalle neo mamme, oppure diventa facile soggetto che pone le basi per domande del genere “Ne aspetti un altro?”. Perché quando parliamo di diastasi intendiamo la separazione eccessiva della parte destra dalla parte sinistra del muscolo retto addominale, parti che perciò si allargano, allontanandosi dalla linea mediana e facendo sì che l’addome dall’esterno risulti gonfio, o che, mettendolo in tensione, fuoriesca una protuberanza.
Non è una patologia rara, dato che interessa circa due terzi delle donne in attesa, ma non se ne parla molto, spesso perché anche chi ne soffre non sa esattamente di averla, pur essendoci la possibilità di eseguire una semplicissima autovalutazione per scoprire se si abbia o meno, un po’ come viene suggerito di fare frequentemente con l’autopalpazione del seno che può dare indicazioni importanti circa la presenza di noduli sospetti.

C’è da dire che tra i fattori di rischio della diastasi non rientra esclusivamente la semplice gravidanza, ma anche, ad esempio, un peso elevato del feto, una gravidanza gemellare o altre gravidanze precedenti. Altre possibili cause sono poi l’obesità, una eccessiva attività fisica, un indebolimento muscolare.
Un’altra, importantissima precisazione riguarda poi il tipo di “aspetto” che ha una persona che soffre di diastasi; benché molto spesso sia associata a una situazione di sovrappeso o di obesità, il peso non è l’unica causa né una discriminante esclusiva per soffrire di diastasi addominale. Ad accusarla, infatti, possono essere anche le persone estremamente magre.

Parlarne in maniera approfondita per avere maggiori informazioni sul tema, come detto, è indispensabile; per questo abbiamo ascoltato Lisa, una mamma di tre ragazze che ha scoperto di soffrire di diastasi dopo la nascita di Arianna e Martina, le sue secondogenite, gemelle. Lei ha voluto darci la sua testimonianza per farci comprendere appieno cosa significhi essere una mamma diastasata, che tipo di vita debba condurre una donna che soffre di diastasi addominale, e quanti passi ancora il Sistema Sanitario Nazionale deve compiere per affrontare degnamente il problema.

Il parto delle gemelle è stato molto soft e anche piuttosto rapido – ci racconta – ma io mi sono accorta che qualcosa non andava nella mia pancia dopo aver partorito. Addome molto pronunciato, incontinenza, mal di schiena, mancanza di senso di sazietà e difficoltà digestive, difficoltà intestinali, peristalsi, oltre al fattore estetico, sentivo che c’era qualcosa. Il mio ginecologo mi parlò subito di diastasi, liquidando il tutto con un ‘Fai addominali che ti passa’. Ma io mi sentivo molto sola, e al contempo non avevo perfettamente coscienza del problema.

La consapevolezza, racconta Lisa, è arrivata grazie al confronto con un’altra mamma, i cui figli frequentavano le stesse scuole delle sue.

Per me non rappresentava un problema, eppure avevo queste parole che mi giravano nella testa. Diastasi.
Dopo aver parlato con questa mamma mi sono informata, e ho scoperto il gruppo Facebook Diastasi Italia Official Group; inoltre, ho firmato la petizione lanciata da loro su Change.org.

Oggi, infatti, Lisa fa parte di questo gruppo, di cui è anche moderatrice, che si occupa di diffondere la conoscenza della diastasi addominale come patologia che necessita di intervento convenzionato con il SSN.
Il gruppo ha aiutato enormemente Lisa a prendere finalmente coscienza del suo problema e a intervenire di conseguenza.

Dopo aver raccolto le informazioni ho fatto un’ecografia, l’ecografo prima ha parlato di un ‘buco enorme’, ma nel suo referto si parlava di 4 cm e mezzo. A me, però, facendo l’autovalutazione (sul sito www.diastasitalia.it è spiegato esattamente come effettuarla), entravano addirittura 8 dita. Insomma, c’era troppa differenza tra quanto riportato e quella che era la mia percezione. Così mi sono rivolta subito a un chirurgo, che ha rilevato una diastasi di 10 cm da sterno a pube. Sono stata messa in lista d’attesa per l’intervento, e tra poco dovrebbe finalmente essere arrivato il mio momento.

Lisa, dunque, sta per usufruire dell’operazione che porrà fine al suo problema; il decorso post-operatorio non sarà facile, la aspettano prima la pancera 24 ore al giorno e poi solo la notte, tre o quattro giorni di degenza e divieto assoluto di sollevare pesi. Sarà comunque poco male rispetto alla situazione che sta vivendo da tempo.

Mangi, bevi e la pancia ti si gonfia – spiega – soffro di incontinenza, faccio fatica a digerire e ho continui movimenti dello stomaco e intestino, non riesco ad allacciarmi i sandali, ma soprattutto è una situazione a suo modo invalidante per l’essere femminile. Ti guardi e non ti piaci, con tutte le conseguenze psicologiche del caso. Se hai un buco nella pancia senti che devi essere operata per toglierlo.
Resta il fatto che, naturalmente, la percezione del problema sia del tutto soggettiva, e tocchi le corde più sensibili di ogni donna diastasata.

Come detto, per lei è stato molto importante confrontarsi con le altre donne del gruppo Diastasi Italia che, dice, da quando lei si è iscritta è passato da 14 a 16 mila membri, segno che molte donne in Italia soffrono del problema e hanno bisogno di trovare risposte adeguate, anche di fronte alle evidenti lacune del sistema sanitario a livello nazionale.

Sul gruppo Diastasi Italia – racconta Lisa – diamo molti consigli, fra cui quello di rivolgersi ai chirurghi plastici per intervenire sulla diastasi, proprio perché non si può non tenere presente l’aspetto della fisicità e della sua importanza per una donna. Il nostro scopo principale è quello di informare, di sensibilizzare le donne e anche le istituzioni riguardo la patologia, che non è rara come si potrebbe pensare.

Lisa, soprattutto, sente di dover dare lei stessa un consiglio alle altre donne che, come lei, sospettano appena di avere la diastasi.

Non fermatevi al primo ‘È solo ciccia’ o ‘Fai ginnastica’, perché non è così , perlomeno non sempre, perché ricordiamoci che sopra i 2,5 cm la diastasi non è più fisiologica ma patologica.

Lei è attualmente in attesa dell’intervento, ma sul sito www.diastasitalia.it sono raccolte molte altre storie che parlano del processo prima e dopo l’operazione, e noi abbiamo deciso di raccoglierne alcune in gallery, per far capire quanto possa essere invalidante, a livello fisico e mentale, soffrire di diastasi ,e quanto la patologia non possa essere ignorata dalle istituzioni.

Chiunque voglia può inoltre contribuire alla battaglia di Lisa e delle altre donne con diastasi firmando la petizione su Change.org a questo link.

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