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Galleria: Per la legge mio figlio nato morto non è un bambino ma un feto da smaltire

Per la legge mio figlio nato morto non è un bambino ma un feto da smaltire

Un lungo post di sfogo su Facebook, per denunciare una verità amara. Michela Ponzani, stimata conduttrice di Rai3, ha subito la terribile perdita di un figlio al settimo mese di gravidanza. E per di più è stata invitata a dimettersi da un'associazione, a causa delle numerose assenze dovute ai problemi in gestazione.

La storica e scrittrice Michela Ponzani ha deciso di affidare a un lungo post su Facebook tutto il dolore e l’amarezza provati negli ultimi mesi, a causa di una vicenda drammatica. Lo ha fatto non solo per spiegare ai suoi fan i motivi della sua assenza dai riflettori televisivi, ma anche per denunciare una ‘violenza’ che l’ha lasciata senza fiato. La conduttrice, una stimata storica di fama nazionale che ha spesso incantato il pubblico con i suoi racconti su Rai3 e Rai Storia, si è allontanata dal suo lavoro per un motivo ben preciso. È rimasta incinta, ed essendo la sua una gravidanza a rischio, è rimasta a letto per i primi mesi.

Per raccontare la sua storia, Michela ha scelto una foto. Si tratta di uno scatto che la ritrae in compagnia del suo fidanzato Andrea e di una coppia di loro cari amici, un’istantanea che trasmette grande serenità. Probabilmente l’ultimo ricordo bello di questo 2018, perché solo pochi giorni dopo avrebbe avuto luogo il dramma.

“Questa foto è stata scattata a fine maggio. Io e Andrea ridiamo felici, insieme a due nostri cari amici che si sono appena scambiati la promessa di matrimonio e che ci sono stati accanto sempre. Aspettiamo nostro figlio Valerio. E questo è stato uno degli ultimi giorni felici della mia vita. Valerio è arrivato quando ormai non ci speravamo più. La sorpresa più bella, quella mattina di Natale, come la vita che con la sua energia dirompente arriva a scardinare tutte le cose. La gravidanza non è stata facile fin dall’inizio. I primi 4 mesi sono stata confinata in casa fra letto e divano: farmaci pesanti tutti i giorni, riposo assoluto, dolori, divieto di fare qualsiasi tipo di attività, di stancarmi fisicamente e psicologicamente. Ho dovuto sospendere il lavoro e qualsiasi altro tipo di attività; avevo male persino a camminare. Ma è stato un sacrificio che rifarei ancora e di cui non mi pentirò mai. Siamo andati avanti ogni giorno, io e Valerio; e ogni volta vederlo nelle ecografie e sentire che era sano e forte mi riempiva la vita di gioia. Uscivo di casa solo per andare all’ospedale ed ero la donna più felice del mondo. E devo dire che, tranne le persone che mi amano e mi sono davvero amiche, molte altre (che in altri periodi mi telefonavano 10 volte al giorno per avere da me qualcosa, fosse un’ospitata in TV, una prefazione su un libro o la mia presenza a un convegno) sono letteralmente sparite. Ho passato tutta la gravidanza sola senza ricevere nemmeno una telefonata o un messaggio. E qualcuno ha anche provato a rubarmi il lavoro. Ne ho invece ricevuti molti e non piacevoli, di messaggi, quando la mia gravidanza è finita in tragedia”.

Michela Ponzani, raggiante per una gravidanza ormai quasi insperata, aveva deciso di affrontare ogni ostacolo con il sorriso sulle labbra, consapevole di essere pronta a superare qualsiasi barriera per abbracciare il suo bambino. E nei mesi di reclusione in casa, costretta a letto per una gravidanza a rischio, si è resa conto delle tantissime persone – addirittura considerate amiche – che si sono dileguate alla prima difficoltà. Nonostante tutto, Michela aveva ancora la sua famiglia, e mai avrebbe immaginato quello che stava per accadere.

“Sì, perché arrivata al 7 mese di gravidanza, così, all’improvviso, ho avuto un gravissimo distacco di placenta causato da una grande massa emorragica. Avevo la gestosi e nessuno, nel 2018, se ne era accorto. Mio figlio Valerio è morto in pochi minuti. Ho partorito con un cesareo d’urgenza di notte, la notte fra il 3 e il 4 giugno. E ho perso talmente tanto sangue da rischiare di morire anch’io. A riportarmi indietro credo sia stato l’amore di Andrea, perché io avrei volentieri scambiato la mia vita per quella di nostro figlio. Come ogni madre farebbe. Da quella notte la nostra vita è distrutta. Il giorno dopo l’intervento, con i dolori al petto da non poter respirare, sotto trasfusione, e con mio figlio all’obitorio in attesa di autopsia, ricevevo l’email di un’associazione di storici che mi invitava a dare le dimissioni perché avevo fatto troppe assenze alle riunioni del direttivo. D’altra parte ero «sparita» dalla Tv e quindi inutile continuare a tenermi dentro. Un’altra lettera (messa pure in bella copia in Pdf), l’ho ricevuta invece da un autore che lavorava con me e che ritenevo amico, che mi accusava di aver rovinato la sua carriera con la mia scelta sconsiderata e «poco rispettosa dei patti» di rimanere incinta. Non mi stupisco di quanto miserabili possano essere le persone dal momento che non ho mai avuto molta fiducia nel genere umano. Ma ora so, per averlo visto in faccia, quanto schifo esiste nel mondo”.

Michela Ponzani svela una realtà alla quale – purtroppo – non facciamo fatica a credere. Nel 2018, una donna può ancora perdere il lavoro a causa della sua gravidanza, soprattutto se si parla di una gravidanza a rischio, che costringe la gestante a periodi di riposo assoluto. A quanto pare, questo dramma coinvolge anche il mondo dello spettacolo. E, in tutto questo, Michela ha dovuto fare i conti con gli ostacoli della burocrazia e con i problemi che la sanità deve affrontare ogni giorno.

“Due giorni dopo l’intervento si è presentata in camera un’ostetrica che mi diceva di dover «esporre la prassi». Potevo scegliere l’AMA, che si sarebbe occupata di mio figlio, portandolo in una fossa comune o incenerito, come se fosse un sacco di immondizia. Oppure fare i funerali io, a mie spese. Abbiamo aspettato 22 giorni per l’autopsia perché non si trovava un neonatologo in tutta Roma. Poi una serie di telefonate (ovviamente a me) per stabilire dove potesse essere sepolto, dal momento che la legge considera «bambini» solo i nati dalla 27 settimana +6. E Valerio, che era di 27 settimane + 4, è stato registrato come «feto».  Non abbiamo potuto registrarlo all’anagrafe col cognome di suo padre e sulla sua tomba c’è il mio nome (non essendo sposati, per la legge io sono una «madre nubile»). Contrariamente a tutta questa m*rda, a mio figlio ho scelto di fare un funerale degno. L’ho portato in Chiesa, gli ho fatto dire una messa e fatto dare il battesimo. Non volevano che lo vedessi ma io sono sua madre e glielo dovevo. La mattina del funerale ho scelto i suoi vestiti e poi sono andata alla Camera ardente. Gli ho tenuto le mani a lungo, l’ho baciato e stretto a me. Gli ho detto che la sua mamma sarà sempre con lui e che un giorno ci rincontreremo. Era bello il mio Valerio. Un bambino bello, con un naso che sembrava dipinto e il corpo forte, come quello di suo padre. Ecco, questa in sintesi la storia di questo mio ultimo anno e del perché sono «sparita», come molti mi chiedono, con l’aria di chi vuole sapere l’ultimo pettegolezzo. Ora Valerio ha la sua tomba dove noi due genitori addolorati portiamo i fiori quando lo andiamo a trovare. Ed è strano ma per me quello è l’unico posto dove posso trovare pace. Di certo il lutto per mio figlio mi ha cambiata e in qualche modo indurita. Non sono più gentile come prima e molto meno tollerante, soprattutto con chi ha dei figli e si lamenta per la poca libertà che gli è rimasta nel prendere gli aperitivi o andare a ballare. Non sapete quanto siete fortunati a vedere gli occhi dei vostri figli che si aprono ogni giorno. Un messaggio, infine, per le tante anime belle che ci hanno sostenuto in questo periodo. La mia vita ora me la riprendo con gli interessi e mi ricorderò di tutto. Statene certi. Forse tutto questo dolore lo metterò in un libro per raccontare come una donna possa vivere la maternità in questo triste paese”.

Sfogliate la gallery per conoscere meglio la storia di Michela.

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