logo
Galleria: Rita Levi Montalcini: “Perché ho scelto che non sarei mai diventata madre e moglie”

Rita Levi Montalcini: "Perché ho scelto che non sarei mai diventata madre e moglie"

Studiosa straordinaria, scienziata eccelsa, Rita Levi Montalcini ha scelto in gioventù di non essere moglie né madre. Senza rimpianti, perché, come ogni donna dovrebbe fare, voleva essere libera di seguire i propri sogni, lontani da ciò che che gli altri volevano per lei.

Provate a immaginare cosa significhi essere una donna dei primi del Novecento, cresciuta in un ambiente familiare che, seppur sereno, è improntato a una concezione patriarcale, e desiderosa di diventare medico, professione interdetta in maniera quasi totale alla componente femminile.

Eppure, Rita Levi Montalcini ha avuto, fin dalla gioventù, le idee chiare, anzi chiarissime, su quelle che erano le sue aspirazioni e su ciò che sarebbe diventata “da grande”, e già questo sarebbe sufficiente a dipingere perfettamente un’immagine della tenacia, della grinta e della stoffa di cui era fatta questa immensa donna che è stata, al di sopra di ogni possibile dubbio, una delle più eccelse menti umane mai esistite.

Nata a Torino da famiglia ebrea sefardita [erano gli ebrei della penisola iberica, ndr.] Rita era, assieme alla gemella Paola, la terzogenita di una famiglia dove la cultura e l’intellettualità abbondavano, grazie a papà Adamo e alla mamma Adele, ingegnere elettrotecnico lui, pittrice lei.

Forse proprio le attitudini dei suoi genitori le hanno permesso di crescere combinando perfettamente entrambe le qualità, la razionalità matematica dell’ingegneria con il coinvolgimento appassionato, la dedizione totale e l’amore verso il proprio mestiere; non le hanno dato solo entrambi i cognomi (Montalcini era il cognome della madre), ma le hanno trasmesso, forse, le migliori doti di se stessi, quelle che poi sono servite a Rita per dedicarsi in maniera totale, incondizionata, al proprio lavoro. Alla ricerca scientifica, alla medicina che l’aveva affascinata fin dalla tenera età e che aveva deciso di studiare, iscrivendosi all’Università di Torino nel 1930, contro il volere del padre.

Già, lo abbiamo accennato all’inizio; uomo di grande cultura e di eccezionale acume, Adamo Levi aveva però fondato la sua famiglia sulla concezione vittoriana, in cui a prevalere era la personalità del padre e i rapporti con i figli erano improntati al massimo rispetto, senza contare che, secondo quest’ottica, il ruolo della donna era relegato tutt’al più a quello di madre e moglie.

Panni che Rita non sentiva di poter cucire sulla propria pelle, che già a vent’anni sapeva di non voler indossare. Nessun uomo sarebbe mai stato più importante della missione che  si era data, e un figlio sarebbe stato amato ma, forse, trascurato per amore della scienza. Riuscì a far accettare, seppur a malincuore e dopo notevoli resistenze, la sua scelta al padre, che aveva figurato per lei e per Paola un futuro da angeli del focolare, riservando solo al fratello Gino l’accesso all’università.

Rita frequentò la facoltà di Medicina entrando alla scuola medica dell’istologo Giuseppe Levi (padre di Natalia Ginzburg), dove iniziò gli studi sul sistema nervoso che avrebbe poi proseguito per tutta la vita, con Salvador Luria e Renato Dulbecco come compagni universitari.

Nella sua vita c’è stato spazio anche per la fuga all’estero, nel 1938, dopo la promulgazione delle leggi razziali, in seguito alle quali le fu offerta la possibilità di continuare le ricerche di neurologia a Bruxelles, prima del ritorno nella sua Torino, dove proseguì, con Giuseppe Levi, gli studi culminati poi in quello che, trent’anni più tardi, sarebbe stato identificato scientificamente con il nome di apoptosi, ovvero il meccanismo della morte di intere popolazioni nervose nelle fasi iniziali del loro sviluppo che Rita aveva individuato nel laboratorio domestico “improvvisato” nella sua camera da letto.

Forse, rivela La Stampa, avrebbe potuto esserci spazio anche per l’amore, nel cuore di Rita; in gioventù aveva conosciuto all’università Germano Rondolini, figlio di un umile medico di Villadossola, il quale si dichiarò a lei solo nel 1938, poco prima della promulgazione del decreto del 17 novembre che avrebbe impedito i matrimoni tra ariani ed ebrei. Nella sua autobriografia, Elogio dell’imperfezione, Rita spiegò che l’impossibilità di celebrare l’unione a causa della sua origine ebrea, se fu fonte di disperazione per lui, rappresentò invece un sollievo per lei, ma molti anni più tardi, scrive sempre La Stampa, nel corso di un’intervista, la scienziata ammise timidamente che il sentimento era ricambiato, ma che il suo timore era che il suo futuro marito non avrebbe mai potuto capire l’importanza della missione che Rita aveva deciso di prendere in carico. Germano morirà di tubercolosi miliare nel ’39, e Rita rientrerà in tutta fretta in Italia per dargli l’ultimo saluto, il 23 luglio.

Rita Levi Montalcini vincerà il premio Nobel per la medicina nel 1986, grazie alla scoperta e all’identificazione del fattore di accrescimento della fibra nervosa o NGF, unica donna italiana assieme alla scrittrice Grazia Deledda, che lo conquistò nel 1926.

La sua vita, finita nel 2012 a 103 anni, non è stata straordinaria solo per i risultati eccezionali raggiunti, per i traguardi e per gli obiettivi conquistati, ma anche perché è stata un esempio magnifico di forza, indipendenza, abnegazione ed emancipazione. L’esempio di una donna che non è stata “meno donna” solo perché ha scelto di non essere madre o moglie, ma che ha trovato la propria realizzazione in altro, senza avvertire la mancanza di un marito o di un figlio come una rinuncia, e che non ha voluto la loro presenza per poi viverla come un “ostacolo” alle sue ambizioni. Ogni bambina dovrebbe studiare la vita di questa donna che ha avuto il coraggio di non piegarsi a una società che l’avrebbe vista relegata a casa a occuparsi dei bambini, che ha inseguito i propri sogni con devozione, con fiducia, credendo in se stessa. Sì, Rita Levi Montalcini è ciò che ogni futura donna dovrebbe imparare a essere, a prescindere che il suo desiderio sia di fare l’astronauta, la maestra o la mamma. È stata l’incarnazione dell’eroina moderna che non cede e lotta per raggiungere i propri obiettivi, per questo è stata inserita nelle Storie della buonanotte per bambine ribelli.

Anche lei, a suo modo, ribelle lo è stata, e oggi, ripensandoci, possiamo dire: per fortuna.

Rita Levi Montalcini: “Perché ho scelto che non sarei mai diventata madre e moglie”

Rita Levi Montalcini: "Perché ho scelto che non sarei mai diventata madre e moglie"
Foto 1 di 13
x
Non ci sono ancora voti.
Attendere prego...