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Primipare attempatissime: gioie e dolori della maternità tardiva

Qual è l'età giusta per fare un figlio? Dipende, perché se da un lato le Perennial hanno vissuto con la consapevolezza di avere il tempo necessario per aspettare, le ragazze di oggi sono tornate a figliare presto, con tanta confusione per le bidelle delle scuole.
Questo contenuto fa parte della rubrica “Prendiamoci una (meno)pausa”

Qual è l’età giusta per fare un figlio?

Dipende. Noi Perennial conserviamo il ricordo di mamme poco più che ventenni che al nostro sguardo di bambine apparivano adulte, mature e a proprio agio nella maternità.

Quando poi raggiungemmo l’età in cui loro diventavano madri capimmo quanto in realtà fossero giovani e irrequiete, ma la cosa ci interessò poco perché nel frattempo ci trovavamo ad affrontare un altro genere di problemi, ovvero: facoltà di Lettere o Matematica? Spandau Ballet o Duran Duran? Levi’s o Henry Cotton’s?

Il mondo là fuori era un tourbillon di colori troppo allettante per caricarsi delle responsabilità della genitorialità, dunque si può dire che non fu totalmente colpa nostra se ci illudemmo di avere ancora tanto tempo davanti prima di fare figli.

Innanzitutto bisognava laurearsi, ché le nostre madri ci avevano insegnato che la parità passava attraverso la cultura, e poi bisognava trovare un lavoro all’altezza delle nostre aspirazioni. Bisognava far carriera, come insegnava Melanie Griffith in “Working Girl”, e innamorarsi spesso, come faceva Meg Ryan in “Harry ti presento Sally”.

Divertirsi era lecito perché girls just wanna have fun, ma stando con gli occhi ben aperti verso ovest dove le correnti nichiliste del grunge erano pronte a deflagrare trascinandoci verso un nuovo giro di giostra fatto di rabbia e introspezione. Insomma, era stato facile perdersi nei pantani di un’adolescenza che sembrava infinita.

Ogni tanto qualche compagna di baldorie si perdeva per strada. La si ritrovava mesi dopo intenta a spingere una carrozzina con passo lento – lei in scarpe basse, lui col maglioncino sulle spalle. Ci si salutava mestamente senza avere più nulla da dire, ché la maternità proiettava in una dimensione ovattata e lontana e portava con sé responsabilità che non si aveva alcuna fretta di assumere.

C’era tempo, dicevamo. Fino a che un giorno quel tempo non c’è stato più. Improvvisamente il desiderio di un figlio diventava un’urgenza che faceva vibrare corde che non sapevamo di avere. È stato quello il momento in cui i ginecologi, dalle pagine dei media, ci avevano rassicurato in merito al fatto che una gravidanza dopo i quarant’anni sarebbe stata non solo fisiologicamente possibile, ma persino auspicabile.

E dovevamo goderceli, quei nove mesi, ché se una gravidanza nell’età deputata alla riproduzione diceva al mondo che si aspettava un bambino, quella in età da climaterio urlava che gli ormoni erano ancora tutti al proprio posto, che la coppia era stabile ma con quell’incoscienza giovanile che permetteva di buttare all’aria routine consolidate per far spazio alle novità.

Per il potere della sincronicità, poi, il mondo attorno a noi sembrava seguire i nostri stessi passi: Gianna Nannini partoriva la figlia a 53 anni e Heather Parisi i gemelli a 49, Brigitte Nielsen progettava la maternità a 54 anni dopo aver assistito a quella di Halle Berry, a 46.

Un fenomeno culturale, dunque: se le maternità tardive delle Millennials sono conseguenza di precarietà professionale ed economica, quelle attempatissime delle Perennial erano dovute per lo più alla tendenza alla procrastinazione di una generazione cresciuta nell’individualismo e mai pentita. Ancora oggi, se si obietta che quando i figli saranno grandi loro saranno nella terza età, le Perennial rispondono piccate che comunque dopo la terza età ve ne sono altre e che tutte portano con sé esperienza e consapevolezza.

Tutto bene, dunque?

Non tanto. Siccome, come si sa, le generazioni agiscono per emulazione o per reazione a ciò che hanno vissuto, accade che le ragazze di oggi abbiano ricominciato a fare bambini presto cosicché le Perennial si ritrovano all’uscita da scuola circondate da mamme che potrebbero essere le loro stesse figlie. E può accadere che la bidella, distratta da tanta gioventù, ti consegni il bambino scambiandoti per la nonna.

Conosco una a cui è successo. Già. A quel punto la signora, ostentando imperturbabilità, si incamminerà verso la propria auto pensando a Gianna, a Heather, a Brigitte e a tutte le altre mamme tardive che inciamperanno prima o poi nello stesso equivoco, cercando consolazione nella comune attempatezza e piangendo un pochino – ma poco – verso la fine.

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