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"Perché il video di Carpisa offende e disprezza me e ogni mamma che lavora"

"Sono una donna che ha scelto di diventare madre e, da mamma, il vostro video mi umilia, mi offende e, fingendo di rendermi omaggio, mi discrimina e disprezza il mio essere una donna che lavora".

Cara Carpisa,

Se fossi una ricca ereditiera, se vincessi un fantomatico SuperEnalotto che non gioco o se il mio compagno guadagnasse tanto da permetterci una vita tanto agiata da non aver necessità di lavorare a mia volta, io lavorerei lo stesso.

Sono una donna che ha scelto di diventare madre e, da mamma, il vostro video con Casa Surace mi umilia, mi offende e, fingendo di rendermi omaggio, mi discrimina e disprezza il mio essere una donna madre che lavora.

Non entro nel merito dei vari motivi per cui questo video, che nella dichiarazioni d’intenti, dovrebbe celebrarmi in quanto madre lavoratrice, è la sintesi feroce della peggiore discriminazione nei confronti delle donne con figli. Ci hanno già pensato altri, prima di me, ad analizzare la cosa e, da questo punto di vista, mi limito semmai a segnalare il post di Annamaria Arlotta sul gruppo La pubblicità sessista offende tutti.

I sentimenti su cui fa leva questo video negli intenti di chi l’ha pensato (male!), sono quelli con cui si deve confrontare giorno sì e giorno no ogni genitore: non solo una mamma, anche un papà che partecipi alla vita familiare non da soprammobile o mera fonte di mantenimento. Perché i figli fanno il loro lavoro da figli: cercano di tenerti esclusivamente per sé, in quel loro meraviglioso piccolo mondo di manine appiccicose e baci umidicci in cui tutto ruota attorno a loro e tu sei faro e porto sicuro da cui non vorrebbero separarsi mai, almeno fino a quando non arriva poi l’adolescenza:

– Stai con me?
– Devo andare a lavorare, amore: ci vediamo dopo.
– Perché non vai in pensione come la nonna e stiamo tutto il giorno a giocare?

Pugno allo stomaco.

– La mamma stanotte dorme fuori per lavoro.
– Se resti prometto che non faccio più i capricci e provo a mangiare le zucchine.

Pugno allo stomaco.

– Le mamme dei miei amici non lavorano e vengono loro a prenderli a scuola.

Pugno allo stomaco.

È normale, è giusto, che i bambini di noi mamme che lavoriamo cerchino di trattenerci a sé, di non lasciarci andare via: è il loro lavoro di bambini.

È manipolatorio e deprecabile se a supportarli in questo c’è un marito che pensa che dovremmo starcene a casa invece di lavorare o un’azienda che, dandoci il buffetto della celebrazione –Non c’è mestiere più impegnativo di quello di essere mamma! -, cerca di rimetterci al “nostro posto” di custodi del focolare.
Il messaggio pressapoco è:

Lavora bene, fai in modo che il tuo essere mamma non determini mancanze che possano danneggiare l’azienda.
Lo sai fare? Sì, lo sai fare: sei forte, multitasking, stai in piedi la notte se serve, come quando l’inserimento all’asilo ti ha fatto perdere ore che hai dovuto recuperare.
Non te l’ha chiesto nessuno, ma non volevi che la TUA scelta di essere madre pensasse su altri.
Sì, è vero: sei brava, lo sai fare. E allora aspetta che ti faccio riprendere dall’altro tuo capo, dal tuo dolce bambino che, giustamente, fa il suo lavoro e, nel suo modo furbetto e adorabile, ti chiede di fare di più, ti chiede più tempo e di essere meno severa: perché sei stata brava sul lavoro ma hai avuto mancanze altrove, gravi mancanze e qualcuno ha fatto pesanti rimostranze.

Mio nonno non fece studiare mia madre oltre le scuole medie, nonostante una borsa di studio e il maestro che gli diceva che la ragazza era straordinariamente capace, perché le donne devono stare a casa a pensare ai figli e al marito.
Quando seppe che dopo il liceo classico mi sarei iscritta all’Università a Padova, in un’altra città dalla mia, disse a mia madre che stava spendendo soldi inutilmente: non sarei neppure riuscita a finire gli studi che sarei rimasta incinta e poi avrei dovuto stare dietro alla casa.

Fare studiare una donna è inutile. Le mamme devono stare a casa a fare le mamme.

Eccoci qua. Di nuovo.
Con la differenza che oggi un video di un’azienda che assume donne, per celebrarle dice loro:

Se lavori e fai bene il tuo lavoro, stai facendo male la mamma.
Del resto si sa, o lavori o fai figli.

In tutta questa economia domestica, chissà come, manca sempre la figura del papà. E manca sotto tutti gli aspetti:

Manca per le donne, cui si continua a dire che i figli sono responsabilità loro.
Manca per i papà stessi, soprattutto per quelli che si trovano, divorziati, defraudati del loro ruolo di genitore o, comunque, subordinati in una società in cui i figli sono roba da donne.
Manca per le aziende, che continuano a pensare alle donne come a contenitori e allevatori di figli.
Mancano, e questa forse è la cosa più grave, per quei figli, cui si fa credere che quei loro messaggi siano messaggi d’amore per la loro mamma, insegnando ai maschietti che la mamma è quella che si prende cura dei figli e alle femminucce il loro destino.

Io ho scelto, come molte altre donne, di legare la mia vita a quella dell’uomo che amo.
E ho scelto di essere una donna economicamente e intellettualmente indipendente.

La mattina lui cambia il bambino, lo veste e gli fa la colazione perché io ho la reattività di un bradipo in calore. All’asilo lo portiamo un po’ io e un po’ lui. La sera, della messa a nanna mi occupo io.
Lui cambia pannolini tanto quanto me, non cucina perché a me piace e a lui no, ma riordina dopo cena, perché a me non piace e a lui sì. Faccio la lavatrice io, lui passa l’aspirapolvere.
Spesso lui passa più tempo di me con nostro figlio, perché io lavoro di più, in termini di ore. Ovviamente all’occorrenza ci scambiamo: in una parola, ognuno con le proprie attitudini, io e il papà siamo interscambiabili. 

Che fortunata che sei.

Dicono amiche e conoscenti.

No, non sono fortunata.
Sono una donna che sta con un uomo che la ama e la rispetta in quanto pari, non come subordinata.
Sono una donna che sta con un uomo che ha fatto un figlio con me, per crescerlo insieme, non per garantirsi il proseguimento della sua specie e per delegare a me la sua educazione o il soddisfacimento dei suoi bisogni primari.
Sono una donna che sta con un uomo che sa che il mio lavoro e il mio tempo valgono tanto quanto il suo.

Non sono fortunata: questa è quella che dovrebbe essere la normalità. Punto.

Io ho scelto di essere madre ma, nel momento in cui lo sono diventata, non ho smesso di essere donna e il regalo più grande che possa fare a mio figlio è quello di non smettere mai di esserlo.


Dargli un bacio, quando mi dice perché vai a lavorare?, e dirgli che la mamma va perché ci sono cose importanti che deve fare anche al lavoro, che le piace tanto stare con lui ma che anche il suo lavoro le piace tanto e che è felice quando lo fa bene.

E poi tornare da lui, fargli da mangiare qualcosa di buono, giocare insieme mentre papà riordina, sgridarlo se serve e tutte quelle cose che una mamma fa, compreso uscire con gli amici e avere i propri interessi, senza smettere di essere donna.

Spero che questo insegni a mio figlio, un domani, a stare al fianco di una donna, sul lavoro e nella vita, senza mettere in atto stereotipi: da pari, quali entrambi saranno.