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Adottare un bambino: 4 storie che raccontano l'Odissea delle adozioni

Vi raccontiamo 4 storie toccanti di genitori che hanno fatto richiesta per adottare un bambino, tra iter lunghissimi, burocrazia immensa e dispendio economico inimmaginabile, tra chi ce l'ha fatta e chi, invece, sta ancora attendendo quel figlio bloccato all'estero.
adottare un bambino
Fonte: web

Per la maggior parte delle coppie avere un figlio rappresenta il coronamento di un sogno, il raggiungimento di un obiettivo che rende la famiglia completa; ma laddove, per motivi diversi, riuscire a mettere al mondo un bambino possa risultare difficile, se non in taluni casi persino impossibile, si può sopperire attraverso altri mezzi, come la fecondazione assistita, oppure tramite l’adozione.

L’adozione rappresenta, indubbiamente, anche un atto di estrema generosità verso il bambino, che viene solitamente prelevato da situazioni difficili, da istituti o, talvolta, da famiglie nelle quali, purtroppo, le sue condizioni di vita non possono essere tali da consentirgli di vivere un’infanzia accettabile.

Naturalmente, occorre essere in possesso di determinati requisiti affinché si possa essere presi in considerazione per adottare un bambino: devono essere rispettati certi criteri che, nel nostro paese, ad esempio, sono decisamente rigidi, tanto che l’iter per l’adozione, sia nazionale che internazionale, finisce con il somigliare sempre più spesso a una vera e propria odissea. Situazione, quest’ultima, che naturalmente scoraggia gli aspiranti genitori, oltre che rappresentare un notevole esborso in termini economici, e che, cosa più importante, allunga e dilata i tempi che permetterebbero a questi bambini di vivere finalmente in una famiglia serena.

Ecco cosa prevede il percorso per le adozioni nazionali e internazionali.

Adottare un bambino: l’iter nazionale e internazionale

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Fonte: web

Le coppie che desiderano essere messe in lista per poter adottare un bambino, sia in Italia che fuori dai confini nazionali, devono anzitutto sottoporsi a numerose analisi mediche a attitudinali: si tratta di visite mediche vere e proprie, psichiatriche, di incontri con psicologi e assistenti sociali, che devono valutare l’idoneità a diventare genitori di un bambino adottato. Per ottenere tale attestato, laddove, naturalmente, si superino tutte le analisi, passa all’incirca un anno e tre mesi; val la pena considerare che la pratica per l’adozione internazionale ha validità di dodici mesi, mentre quella per le adozioni nazionali scade dopo 3 anni.

Nelle adozioni nazionali, se dal Nord, per ipotesi, si volesse entrare nelle liste di genitori adottivi al Sud, occorre mandare documentazione e richiesta al tribunale locale e così via, ma anche ammettendo di spedire la domanda in tutta Italia la tempisti­ca varia comunque da 6 a 10 anni.

Eppure, pur venendo considerati idonei, capita che molti si sentano dire che “in Italia non ci sono bambini da adottare“, soprattutto nella fascia di età che va dagli zero ai 5 anni. Per questa ragione molte coppie si orientano sulle adozioni estere, dove però non hanno maggior fortuna: per adottare, ad esempio, in Bielorussia, vengono richieste ulteriori visite mediche, fra cui una ginecologica, andrologica, cardiologica, per un totale di 13 visite e di 3 mesi spesi solo per questo. A questo va ad aggiungersi, e non è un particolare irrilevante, l’imponente spesa che una coppia deve affrontare, dato che si parla, sempre prendendo come riferimento la Bielorussia, di 7500 euro di esborso, più il viaggio per andare nel paese da cui deve essere prelevato il bambino.
Inutile, poi, non considerare i requisiti “socio-culturali”, dato che, ad esempio, adozioni come quelle di Madonna o di Charlize Theron nel nostro paese non sarebbero assolutamente consentite.

Per adottare, infatti, occorre:

  • Che la differenza minima tra adottante e adottato sia di 18 anni.
  • Che la differenza massima tra adottanti e adottato sia di 45 anni per uno dei coniugi, di 55 per l’altro. Tale limite può essere derogato se i coniugi adottano due o più fratelli, e ancora se hanno un figlio minorenne naturale o adottivo (ciò vuol dire che se la futura madre ha 47 anni ed il futuro padre 56, la coppia può adottare un bambino non più piccolo di 2 anni. Se la futura madre ha 54 anni ed il futuro padre 63, la coppia può adottare un bambino non più piccolo di 8 anni. Se la futura madre ha 50 anni ed il futuro padre 68, la coppia può adottare un ragazzino di 13).

I limiti di età introdotti dalla legge hanno lo scopo di garantire all’adottato genitori idonei ad allevarlo e seguirlo fino all’età adulta, come avverrebbe con dei genitori naturali. Ma poiché l’abbinamento con il bambino adottabile è deciso dall’Autorità straniera, questi limiti che permettono anche a coppie non giovani di adottare, hanno poca efficacia nella realtà, perché la maggior parte dei paesi stranieri privilegia le coppie giovani. Per adottare, però, è necessario:

  • Essere in due;
  • Essere coniugati al momento della presentazione della dichiarazione di disponibilità.

Per tutte queste ragioni, la strada per le adozioni, sia nel nostro paese che fuori, a livello europeo e non, è particolarmente complessa e demotiva spesso le coppie che lottano alla ricerca disperata di un figlio. Non è raro che, sentendosi più volte rifiutati o vedendo la propria pratica di idoneità ripetutamente scaduta, molti scelgano di optare per l’adozione di un bambino a distanza, che certamente implica meno problematiche burocratiche ma, al tempo stesso, non permette comunque di levarlo definitivamente dalla situazione difficile in cui si trova.

Per farvi comprendere meglio quanto sia tortuosa e faticosa la strada verso le adozioni, vi raccontiamo le storie di quattro genitori, fra chi ce l’ha fatta e chi, invece, deve ancora aspettare.

La battaglia di Sarah

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Fonte: web

Sarah Maestri, attrice e produttrice cinematografica, aspetta Alesia, la sua bambina bielorussa, da ben 700 giorni, da quando il suo decreto di idoneità, ricevuto nel giugno del 2015, è attivo ed esecutivo.

Nonostante tutto ciò, Alesia e altri 200 bambini come lei sono, inspiegabilmente, bloccati nell’orfanotrofio bielorusso da cui provengono, e Sarah ha voluto raccontare la sua testimonianza anche sul proprio profilo Facebook.

Seduta sul pavimento della tua cameretta, sfoglio i tuoi disegni. ‘Mamma sei andata in quel posto dove c’è il presidente?’, ‘Sì amore ci vado tutti i giorni’, ‘E cosa ti hanno detto?’, ‘Ancora nulla, bisogna aspettare’.
Sono trascorsi 700 giorni (2 anni) dal mio decreto d’idoneità all’adozione, ma la mia bambina, insieme ad altri 200 bambini, è ancora in orfanotrofio e non hanno ancora potuto abbracciare le loro 150 famiglie pronte ad accoglierli definitivamente. Noi genitori continuiamo la nostra battaglia, uniti nel nostro dolore mentre da questo governo ancora tutto tace. Vi prego, non lasciateci.
Posso avere figli, posso sposarmi e sono cattolica praticante. Avrei voluto dare a questa bambina una madre e un padre. Mi è stato chiesto di accoglierla tramite un progetto di risanamento della Puer, nato dopo lo scoppio della centrale di Chernobyl. Non voglio entrare in questa guerra, ma insieme ad altri abbiamo voluto scrivere una lettera, sottoscritta da centinaia di famiglie in attesa di adozione, al Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni [presidente della Commissione Adozioni Internazionali in attesa della nuova nomina, nel marzo 2017, n.d.r.] per sbloccare questa situazione di stallo.

La figlia di Sarah aveva 8 anni quando è arrivata per la prima volta in Italia. Il rapporto tra loro è diventato sempre più profondo e dopo un paio d’anni ha deciso di adottarla, così Sarah ha iniziato l’iter medico, fino all’ottenimento dell’idoneità. L’ultima volta Alesia è ripartita a febbraio; l’elenco dei bambini adottabili, infatti, si è fermato nel 2015 a pochi nomi da lei, e l’Italia non ha ancora provveduto, tramite la Cai (Commissione Adozioni Internazionali), a inoltrare la successiva lista di famiglie che chiedono di adottare i loro figli. Da due anni entrambe attendono questo elenco, ma nel frattempo la bambina è diventata adolescente, senza aver ancora potuto abbracciare la sua mamma italiana.

Marina, Loris e il calvario per l’arrivo di Hawa

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Fonte: web

Speravamo in un’adozione serena e felice. Invece è diventata un autentico calvario.

Così i torinesi Marina e Loris Ciampicale definiscono la loro lunga odissea, durata addirittura 1000 giorni, per poter finalmente accogliere la loro bambina, proveniente dalla Repubblica Democratica del Congo. Quasi 3 anni in cui di Hawa, questo il nome della piccola, e di tutti gli altri bambini, adottati regolarmente e rimasti bloccati in seguito alla moratoria sulle adozioni internazionali decisa dal governo di Kinshasa a settembre 2013, i genitori adottivi non hanno praticamente avuto notizie.

Il nostro iter è iniziato a giugno 2013 – ricordano – ma, dopo le prime foto e le prime notizie, dei nostri figli non abbiamo saputo più nulla. Un silenzio assoluto durato un anno e mezzo, fino all’arrivo a casa di Hawa, tanto attesa anche dal primogenito di casa Ciampicale, Silas, che oggi ha 8 anni. La gioia immensa, però, proprio non riesce a cancellare i silenzi delle istituzioni. Questa mancanza di informazioni ci ha fatto soffrire.

 

Laura, Fabrizio e Bezawit

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Fonte: web

Laura e Fabrizio sono due ragazzi che gestiscono una piadineria a Cesena. Nel 2008 vanno a vivere insieme e dopo tre anni decidono di allargare la famiglia: ma Laura non può avere figli, quindi la coppia decide di adottare un bambino. Ma da quel giorno, nel gennaio 2011, passano ben sei anni prima che riescano a realizzare il loro sogno.

Quando a gennaio 2011 abbiamo iniziato il procedimento di adozione – racconta Laura a Cesenatoday – abbiamo dovuto passare attraverso una serie di controlli: la visita del medico legale, che è presente a Cesena solo una volta al mese (cosa che, ovviamente, fa allungare le tempistiche), perché per poter adottare un bambino bisogna essere in perfetta salute, senza alcun tipo di problema medico. Poi c’è il corso con psicologo e assistente sociale, che viene organizzato ogni tre mesi e che abbiamo potuto frequentare solo a ottobre, perché a marzo i posti erano già finiti mentre a giugno non c’erano abbastanza coppie e il corso non è stato attivato. Dopodiché siamo passati agli incontri con gli psicologi, che dopo 5 o 6 colloqui hanno dato l’idoneità per l’adozione a me e a Fabrizio. Il passaggio successivo è stato il tribunale dei minori, e anche qui altri rallentamenti burocratici: in estate in tribunale non c’è nessuno, e per ottenere una sentenza definitiva ci vogliono quasi 3 mesi. Il CAI, la Commissione per le Adozioni Internazionali che dovrebbe occuparsi di snellire le procedure di adozione tra Italia ed estero, negli ultimi due anni si è riunita solo una volta: è una cosa scandalosa.

Una volta ottenuta l’idoneità dal tribunale dei minori di Bologna a fine 2012, Laura e Fabrizio si rivolgono all’adozione nazionale, tramite cui si può adottare un bambino in maniera gratuita (a differenza dell’adozione internazionale): sembrerebbe molto semplice, ma non lo è affatto.

Non ci sono criteri di selezione trasparenti, non ci sono graduatorie o liste d’attesa: a noi, nel giro di 3 anni, non è stato affidato nessun bambino. Con quale criterio un bambino viene abbinato a una coppia piuttosto che a un’altra? Nessuno ha mai voluto spiegarcelo.

Ma Laura e Fabrizio non si arrendono, il loro desiderio di diventare genitori è più forte anche delle difficoltà burocratiche, così i due ragazzi, tramite l’associazione CIFA, avviano i procedimenti per la richiesta di iscrizione all’adozione internazionale e, nel giugno 2013, spediscono tutta la documentazione per poter adottare un bambino in Etiopia: una documentazione che, per essere pronta, richiede più di due mesi, tra spese notarili e giornate intere passate nei tribunali.

L’associazione ci ha chiesto circa 5000 euro per la gestione della pratica, mentre l’Etiopia per l’affidamento di un bambino richiede quasi 8000 euro. Inoltre per poter adottare in alcuni paesi, come la Cina, bisogna avere un reddito molto alto. Quindi, in base a questi criteri e sotto consiglio dell’associazione, abbiamo scelto l’Etiopia.

Passano più di 2 anni e mezzo prima che Laura e Fabrizio ottengano una risposta.

A gennaio 2016 finalmente ci hanno telefonato dicendoci che avevano trovato una bambina per noi: puoi immaginare la gioia! Purtroppo però le attese non erano ancora finite: da gennaio 2016 ci hanno richiamati per partire per l’Etiopia solo a dicembre, quasi un anno dopo l’abbinamento: questa lentezza però non dipende dalla burocrazia italiana, ma dalle procedure estere che negli ultimi anni si sono allungate molto.

Così, nel dicembre 2016, Laura e Fabrizio partono per l’Etiopia, dove restano fino al 6 gennaio 2017, quando finalmente rientrano a Cesena stringendo tra le braccia la loro Bezawit, la bimba di un anno e mezzo che hanno desiderato per sei lunghi anni.

È stata una gioia incredibile incontrare Bezawit. Siamo entrati in questo orfanotrofio orrendo, ho guardato le scale e c’era una tata che scendeva con questa bimba bellissima in braccio. Sono subito scoppiata a piangere.
Non è stato facile, abbiamo avuto tante crisi in questi anni. Anche restare un intero mese in Etiopia è stato molto difficile, nonostante avessimo la fortuna di essere imprenditori, quindi non dovevamo chiedere permessi lavorativi a un titolare. Per un lavoratore dipendente dev’essere ancora più difficile, già solo per ottenere tutti i documenti devi passare giornate intere a fare la fila nei vari uffici, figuriamoci chiedere un mese [che però a volte si trasforma in più mesi, come ad esempio in Brasile, dove sono due i mesi necessari n.d.r.] per poter andare a prendere il bambino che ti viene affidato. In totale abbiamo speso circa 20.000 euro, ma siamo anche stati fortunati: chi va in altri stati, come la Russia, spende molto di più.
Alle coppie che vogliono adottare un bambino do questo consiglio: armatevi di tanto coraggio e di tanta pazienza, perché ne avrete davvero bisogno. Sarà un percorso lungo e difficile, ma alla fine, quando abbraccerete vostro figlio, vi assicuro che penserete la stessa cosa che abbiamo pensato io e Fabrizio: rifarei tutto da capo.

 

Francesco, arrivato dalla Romania

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Fonte: web

La testimonianza arriva da Gianmaria Venturini, Responsabile Prometeo Cuneo, proprio sulla pagina associazioneprometeo.org:

Sono il padre fortunato di un bambino adottato ormai più di due anni fa. La nostra è stata un’adozione difficile durata tre anni, durante i quali le emozioni hanno spesso preso il sopravvento, ma alla fine siamo riusciti ad adottare questo bambino dalla Romania.
Vediamo per la prima volta Francesco su una fotocopia di una foto spedita via fax, un giorno del mese di aprile del 2000 presso la sede di Roma dell’Associazione a cui ci eravamo rivolti.
Francesco, dicono, è il bambino evidenziato dalla croce, perché fotografato insieme ad un compagno, e ha un palloncino in mano.
Ci informano che il bimbo è già stato rifiutato da un’altra coppia perché giudicato, sulla base del “curriculum” che lo accompagna, un bambino impegnativo, bisognoso di cure e affetto.
In effetti Francesco anche se così piccolo, ha solo tre anni e mezzo tre dei quali passati in un orfanotrofio statale, ne ha già viste di tutti i colori: abbandonato alla nascita dalla madre nel locale reparto pediatrico, di padre sconosciuto, secondo di tre fratelli.
Siamo giustamente preoccupati, anche se la direttrice e la psicologa dell’associazione insistono e ci assicurano che di solito i resoconti tendono ad esagerare ed aggravare la situazione reale. Addirittura ci raccontano che in un caso, una bambina rumena giudicata dai medici distrofica, risulterà essere poi perfettamente sana. Questo ci conforta anche se qualche ragionevole dubbio rimane.
Incalzano: dovete decidere nel giro di massimo un paio d’ore se accettare l’adozione o no.
Noi, un po’ per incoscienza, un po’ perché messi letteralmente alle strette, accettiamo e diamo inizio alle pratiche per l’abbinamento. Da aprile a ottobre 2000 attendiamo con trepidazione il momento di incontrare e conoscere il nostro bimbo. L’associazione a cui ci eravamo rivolti, che a sede a Roma e che è riconosciuta dal Ministero di Grazia e Giustizia tra quelle abilitate all’adozione internazionale, non ci aveva informato assolutamente della situazione tragica della Romania e dei suoi bambini; il suo ruolo si è limitato solamente alle pratiche, ai documenti per l’adozione e all’assistenza. Il tutto per la “modica” somma di 5 milioni di lire, questo per l’associazione italiana!
Per quella in Romania e per le pratiche altri 35 milioni circa, in contanti e portati sul posto.
Il 18 Ottobre verso le 15 arriviamo all’aeroporto di Bucarest e facciamo conoscenza con un’altra coppia di Taranto, lì per gli stessi nostri motivi, che affidatasi anche lei alla stessa associazione di Roma, verrà con noi e condividerà il soggiorno e l’esperienza in Romania. Nei 9 giorni di permanenza in Romania ci aiuteremo e sosterremo a vicenda, superando momenti di crisi molto difficili, nel totale abbandono di chi, pagato profumatamente, avrebbe dovuto assisterci. Partiamo insieme alla coppia di Taranto accompagnati da Katia, presidente dell’Associazione Cuore e referente rumena per l’associazione italiana, da Bucarest in macchina per 900 km in quel di Baia Mare, nel nord della Romania, ai confini con l’Ucraina, per incontrare i nostri bambini.
Arrivati dopo un viaggio allucinante sbrighiamo le pratiche burocratiche del caso. Nel pomeriggio accompagniamo per prima la coppia di Taranto a prendere il loro bambino. Percorriamo altri 150/200 km circa fra andata e ritorno. Il momento si avvicina anche per noi. Condividiamo le ansie, le preoccupazioni e il forte desiderio di incontrare questo bambino con la coppia di Taranto.
Katia fa fermare l’auto a circa 1 km dalla casa dove si trova il bimbo, e rivolgendosi alla futura mamma le dice che, per fare più veloce, andrà lei con il futuro papà a prendere il bambino, facendosi passare per lei.
Attimo di sconcerto fra di noi che non capiamo assolutamente il motivo di tale comportamento, figuratevi poi della futura mamma che da anni aspetta questo momento.
Dopo una breve discussione i due futuri genitori hanno la meglio e si avviano con Katia ed una assistente.
Mezz’ora dopo ritorna l’assistente, abbastanza sconvolta, che salendo in macchina ci invita ad andare con l’auto.
Arrivati sul posto assistiamo a una scena sconvolgente, che sa più di rapimento che di adozione.
Il bambino in questione viveva da circa due anni presso una famiglia del luogo che lo aveva preso in affido, e non in orfanotrofio o casa famiglia.
Ovviamente si era già affezionato ed insieme a lui erano uscite la madre e la sorella acquisita, strillando e piangendo. Un gruppo di vicini che nel frattempo si era avvicinato alla macchina, ha cominciato a urlare parole per noi incomprensibili, ma di cui ben intuivamo il significato… noi eravamo quelli che gli portavano via il loro bambino, gli stranieri!
Il bambino non voleva venire con i suoi nuovi genitori, piangeva e si dimenava. A quel punto, per calmarlo, la presidente gli ha detto che lo portavamo a fare una gita in città, e che poi sarebbe tornato. Una cosa ricordo bene, molto bene… questo bambino, durante il viaggio verso Bucarest, ha sempre chiesto quando sarebbe tornato indietro, e nella settimana successiva, non ha mai disfatto la valigia, e dormiva vestito, perché era sempre pronto per scappare e tornare alla sua casa.
Riprendiamo la via del ritorno a Baia Mare dove finalmente verrà anche il nostro turno; il nostro bambino, ci era stato detto, non era in una famiglia ma in un istituto, o casa famigliare, come la chiamano loro. Non ci sarebbe stato il problema del distacco come da una famiglia affidataria. Meno male!
Ritornati a Baia Mare lasciamo in hotel i nostri compagni di viaggio con il loro bambino e ripartiamo per andare a prendere finalmente il nostro.
Francesco si trova presso una casa famigliare e tutto avviene in un breve spazio di tempo, circa 20 minuti. Entriamo e vediamo questo esserino con i capelli tutti in disordine, tutto nudo perché gli avevano appena fatto il bagnetto. Un piccolo animaletto che scalcia, agitato, che no ha la minima idea di quello che gli sta per capitare. La casa, abbastanza decorosa considerando il luogo, è gestita da due assistenti e ci sono molti altri bambini, tutte femmine, lui era l’unico maschio. La situazione diventa imbarazzante e carica di emozione quando alcune bimbe della casa ci accerchiano e cercando di salire in braccio a mia moglie chiedono di essere loro a prendere il posto di Francesco. Sensazioni fortissime e nodo alla gola. Lo vestiamo noi in 10 minuti con gli abiti portati dall’Italia. Le informazioni su di lui sono inesistenti. Abitudini alimentari, giochi o altro… non ci viene detto e spiegato nulla. Ad attenderci anche una psicologa che lo aveva seguito durante l’ultimo anno, continua a parlarmi. Katia traduce solo quello che ritiene opportuno. La psicologa consegna alcuni documenti dove è descritto il tipo di assistenza fatta al nostro bimbo e i risultati ottenuti. Documenti molto importanti che ci potevano essere utilissimi in Italia, ma che non ci sono stati mai più consegnati. Ne abbiamo più volte fatto richiesta anche all’Associazione in Italia, ma senza risultato. Una tra le tante risposte avute in proposito è stata: ‘Voi adesso avete il vostro bimbo, a cosa vi servono questi documenti?’.
A Bucarest trascorreremo altri 6 giorni per le ultime pratiche burocratiche.
Sei giorni interminabili, lacerati dalle grida di Francesco che la sera non vuole assolutamente addormentarsi e che poi, dopo tre ore, cade sfinito sul pavimento; Francesco che si dondola continuamente, morde, graffia, sputa, mangia tutto ciò che trova per terra, emette suoni simili a dei grugniti e fa dei movimenti stereotipati con le mani e con gli occhi.
Francesco che in quei pochi momenti di calma ha uno sguardo dolcissimo. Due occhi e un sorriso che ti disarmano ma che lasciano intuire quali sono i segni del suo passato.
Da parte nostra l’amore che non ha mai avuto, la pazienza e la delicatezza massima, cercando di capire le sofferenze patite dal bimbo senza però conoscerle; ma anche la paura di non farcela, il sollevarci a vicenda ed il credere e sperare che tutto possa risolversi per il meglio.
Il 26 ottobre ripartiamo per l’Italia. Finalmente a casa!
Francesco compirà 4 anni 3 giorni dopo il suo arrivo. Inizia la sua nuova vita. Ora già si gira quando lo chiamiamo e dopo 15 giorni dice le sue prime parole in italiano (pappa, mamma, papà).
Da quel 26 ottobre, giorno del nostro rientro in Italia, sono passati quasi due anni.
Due anni che hanno cambiato totalmente la nostra vita e anche quella di Francesco.
Due anni splendidi, intensi e pieni di sorprese ma anche due anni impegnativi e con qualche momento di sconforto; Francesco adesso comincia a dire molte parole e costruisce le sue prime frasi, cammina e corre benissimo, ha perso quasi totalmente l’aggressività iniziale, si dondola sempre di meno e non ha quasi più movimenti stereotipati. Francesco non grugnisce più e non ha più crisi di pianto improvvise.
Francesco ora ha cinque anni e mezzo ma è come se ne avesse tre in meno, ma non importa, ha tutto il tempo per recuperare gli anni che gli hanno rubato.
Arrivato qui in Italia pesava 15 kg e misurava 96 cm d’altezza; ora pesa 19 kg ed è cresciuto di ben 17 cm.
Da un anno frequenta l’asilo solo il mattino ed è seguito da due insegnanti di sostegno. Da poco più di un mese ha iniziato a fermarsi anche per il pranzo. Sicuramente ritarderemo di un anno l’inserimento alla scuola elementare, e forse anche due. Non c’è fretta!

Da quasi due anni, in Romania, le adozioni sono bloccate.