Ci sono molti modi di nutrire un neonato: al seno, tirando il latte, con il latte in polvere o scegliendo l’allattamento misto. Di tutti si parla molto, al punto che i neogenitori si trovano spesso esposti a una miriade di informazioni, a volte anche in contrasto tra loro.

C’è però anche un altro tipo di allattamento di cui ancora non si parla, ma che dovrebbe entrare all’interno delle discussioni sulla puericultura e, soprattutto, nel nostro vocabolario: l’allattamento al petto.

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Allattamento al petto: cosa significa

Con il termine “allattamento al petto” si indica la il processo di nutrire un neonato o una neonata con il latte emesso dal corpo di una persona. Parlando in termini pratici, non si tratta di niente di diverso da quello che per secoli è stato definito allattamento al seno. Qual è quindi la differenza? Nel linguaggio utilizzato. Nel mondo anglosassone viene chiamato chestfeeding (o bodyfeeding), per eliminare il riferimento al “seno” che ha una connotazione non solo eminentemente femminile ma anche sessualizzata.

Introdurre il concetto di allattamento al petto, quindi, è un modo per rendere più inclusivo non solo in linguaggio con cui ci riferiamo alla genitorialità ma anche al modo stesso in cui la pensiamo e per riflettere la molteplicità di esperienze che non si riducono al binarismo eteronormato che siamo abituati ad associare alla “maternità”.

Non solo le persone che sono state assegnate al sesso femminile alla nascita ma si identificano come non binary possono allattare: anche gli uomini trans possono farlo e, in alcuni casi (con il supporto di appositi strumenti meccanici e medicinali), anche le donne trans. Questo accade già, indipendentemente dai termini che utilizziamo per definirlo: usare i termini corretti, però, può fare la differenza.

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Perché dovremo utilizzare “allattamento al petto”

In poche parole: per prendere atto di una realtà che già esiste e merita di essere riconosciuta. Utilizzare il termine “allattamento al petto”, infatti, lungi da sminuire l’esperienza della maternità o – come qualcuno vorrebbe – essere espressione di una misoginia che vuole ridurre l’importanza del ruolo femminile anche nell’accudimento dei figli, è infatti un modo per includere tutte quelle situazioni in cui le persone decidono di allattare i propri figli ma non possono o non vogliono utilizzare il termine “seno”. Quali?

Un uomo transgender che ha subito un intervento chirurgico per rimuovere il tessuto mammario, ad esempio, può scegliere di usare “allattamento al petto”: secondo uno studio condotto già nel 2017, infatti, questo è uno dei principali motivi per cui gli uomini trans preferiscono questo termine rispetto a “seno”.

Una persona non binaria, invece, potrebbe non sentirsi a proprio agio nell’usare allattamento al seno – un atto che storicamente è stato considerato “femminile” – e quindi potrebbe sentirsi a più a suo agio utilizzando un termine neutro.

Ma, nonostante quello che dicono le TERF, scegliere un linguaggio gender neutral non è solo un’attenzione eccessiva alle istanze delle persone trans e non binary che rischia di trasformarsi un un atto contro le donne, anzi: una donna cisgender, infatti, può aver subito un trauma legato al seno e, quindi, sentirsi meglio usando un termine più neutro, soprattutto vista l’ipersessualizzazione del seno nella nostra società.

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Cosa dicono le ostetriche sull’allattamento al petto

Anche se ancora troppo spesso le realtà mediche e sanitarie sono ancora troppo indietro nella capacità di rispettare e trattare pazienti trans e gender non conforming, per fortuna sempre più realtà stanno prestando un’attenzione sempre maggiore all’inclusività di pratiche e linguaggi.

È il caso del Brighton and Sussex University Hospital, uno dei primi a iniziare un percorso di revisione di tutto il materiale informativo in ottica inclusiva, con un’attenzione particolare a quelle relative all’ostetricia. Sul sito si può leggere un comunicato che rivendica come questo non ridimensioni assolutamente il ruolo delle donne ma che, anzi, sia un’aggiunta a un patrimonio culturale già condiviso che, invece di togliere qualcosa a chi già ha, permette di includere chi finora era rimasto escluso:

I servizi di maternità presso gli ospedali universitari di Brighton e Sussex hanno ampliato il linguaggio che usano per supportare le ostetriche che forniscono assistenza alle persone trans e non binarie che stanno partorendo.

Il trust riconosce che la stragrande maggioranza degli utenti dei servizi di ostetricia sono donne e dispone già di un linguaggio con cui le donne si trovano a proprio agio. Questo non sta cambiando. Ad esempio, continueremo a chiamarle donne incinte e a parlare di allattamento al seno.

BSUH mira sempre a soddisfare le esigenze delle nostre popolazioni locali e a fornire la migliore assistenza possibile e su misura per ogni persona. Aggiungendo al linguaggio che usiamo sosterremo un’assistenza più inclusiva e garantiremo che le persone che si identificano in modo diverso sentano che il servizio le include e le rappresenta.

La formulazione aggiuntiva fa parte di un lavoro in corso e pluripremiato condotto dalle nostre ostetriche che si sono impegnate con utenti di servizi trans e non binari per comprendere le loro esigenze specifiche.

Questo lavoro non ha alcun impatto su altri servizi di maternità e al personale non viene chiesto di smettere di usare qualsiasi linguaggio relativo alle donne.

La linea guida clinica e il modello di assistenza per le persone trans e non binarie è il primo del suo genere e sarà reso ampiamente disponibile ad altri reparti di maternità in tutto il paese.

(Esempi del nostro uso del linguaggio inclusivo di genere includono: “donne e persone incinte”, “allattamento al seno e allattamento al petto”, “madri e genitori alla nascita”.)

Articolo originale pubblicato il 19 Luglio 2021

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