Un articolo del New York Times ricorda il caso del 2018 di una donna che, entrata in travaglio mentre si trovava in una cella del Bronx, si è vista portare in ospedale per dare alla luce la figlia, rischiando seriamente di perderla, con manette e catene.

Una situazione assurda, peraltro proibita esplicitamente dallo Stato di New York, che vieta di tenere in catene le prigioniere incinte prossime al parto.

Allora perché le guardie dell’istituto penitenziario hanno potuto tranquillamente tenere la detenuta ammanettata al letto, mentre faceva nascere la sua bambina di più di tre chili? Questione di “regolamento della Pattuglie di Guida del dipartimento“, si sono giustificate.

Peccato che ora, dopo una causa, il dipartimento di polizia della Grande Mela abbia deciso di rivedere le proprie regole: prima di tutto, la città ha accettato di pagare alla donna 610.000 dollari per placare le lamentele dovute al trattamento inumano subito, che oltre tutto violava chiaramente la legge dello Stato. Non come risarcimento, attenzione, ma solo per “metterla a tacere” e non sollevare uno scandalo, dato che i trasgressori non sono stati considerati tali, quindi non punibili. Al contempo, però, il caso ha spinto il NYPD a rivedere le procedure della Patrol Guide per il trattamento delle donne incinte.

Nessuna donna dovrebbe mai vivere l’esperienza traumatica che ho vissuto.

Ha detto in una recente intervista la ventottenne protagonista dell’episodio, il cui nome non è stato reso noto per via della presentazione della causa alla corte federale di Manhattan come Jane Doe.

La dottoressa Carolyn Sufrin, ostetrica-ginecologa della Johns Hopkins Medicine che studia la gravidanza tra le donne incarcerate, ha detto che il cambio di politica del dipartimento di polizia di New York rappresenta senz’altro un riconoscimento importante, ma che il vero cambiamento sia possibile solo se accompagnato da una formazione attenta del personale.

Bisogna assicurarsi che tutte le persone che potrebbero incontrare una persona incinta in custodia conoscano le leggi – ha detto – Ma devono anche sapere perché e come implementarle.”

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Il vice commissario newyorchese Phillip Walzak, un portavoce del dipartimento, ha invece dichiarato che il manuale di polizia sarebbe stato modificato “per affrontare meglio la questione sicurezza e le preoccupazioni mediche“, bilanciando così le esigenze di sicurezza. Un modo per giustificare un comportamento, quello di tenere ammanettate le donne incinte, che comunque, va detto, è legale in gran parte degli Stati Uniti.

Anche se sono sempre più le legislature che stanno riducendo la pratica ascoltando gli avvertimenti di medici e ricercatori sui rischi potenzialmente letali che si potrebbero arrecare così facendo alle donne in gravidanza, e lo stesso Congresso, nel 2018, ha ribadito il divieto di tenere in manette le detenute incinte.

A livello nazionale, con riferimento ovviamente al contesto americano, non ci sono dati completi su quante donne incinte vengono arrestate, incarcerate o imprigionate ogni anno. Tuttavia, un recente sondaggio condotto dalla Johns Hopkins Medicine ha rilevato che almeno 1.400 donne in stato di gravidanza sono state inserite nel sistema carcerario federale di 22 stati nel 2016 e nel 2017. Lo Stato di New York, in quell’occasione, ha rifiutato di partecipare al censimento.

Se ci sorprendiamo di un simile gesto, forse dovremmo ricrederci alla luce di altri episodi persino peggiori avvenuti negli USA negli anni passati; come questo, riportato nel 2015 da Il Fatto Quotidiano, che racconta di una donna incinta, Charlena Michelle Cooks, arrestata e gettata a terra in manette per non aver dichiarato le proprie generalità. Con tanto di video a provare l’orrore di quella scena.

Non vogliamo discutere di abusi di potere o di metodi coercitivi violenti da parte della polizia; vogliamo solo ribadire il diritto alla dignità per tutti/e, anche per chi, come questa “Jane Doe”, ha sbagliato e sta pagando per i propri errori.

Essere in carcere non ti toglie l’umanità.

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