L'oltraggio dei feti seppelliti con la croce senza il consenso della madre

Si allargano i casi in cui i feti frutto di un aborto vengono seppelliti, anche senza il consenso della madre. È una violazione gravissima del diritto di scelta che, ancora una volta, cerca di rimettere in discussione la legge sull'Ivg, e su cui adesso si cerca di fare chiarezza.

Dopo il post di Marta Loi, che al cimitero Flaminio di Roma ha trovato il proprio nome apposto su una croce sotto al quale era stato seppellito a sua insaputa il feto che lei aveva abortito, sono uscite diverse testimonianze che denunciano episodi simili, tanto che l’ufficio legale di Differenza Donna ha deciso di procedere a una class action.  E anche la Procura sta valutando l’eventuale apertura di un fascicolo per accertare se ci siano state violazioni della privacy, che possano sfociare anche nella violenza privata.

Dopo Marta, dicevamo, un’altra donna, Francesca, ha scoperto al camposanto del Flaminio una croce con il suo nome, senza che nessuno l’avesse informata né avesse chiesto il consenso; anche lei ha subìto un aborto terapeutico in un ospedale romano, e mesi dopo l’intervento, quando ha chiesto che fine avesse fatto il feto, si è sentita rispondere “Non ne sappiamo niente”.

Ma in questi giorni l’avvocata Cathy La Torre ha raccolto anche la storia di un’altra donna, stavolta nel bresciano, che ha trovato il proprio cognome apposto su una lapide, assieme a un nome, Celeste, che lei non aveva scelto, in una sezione del cimitero Vantiniano. La sua, ha raccontato, era una di una lunga serie di piccole lapidi, tutte simili tra loro, con sopra scritto quasi sempre il nome Celeste, e un cognome, spesso straniero.

Mi era stato chiesto di mettere un nome su un modulo per questo feto – ha spiegato la donna – io non l’ho fatto e l’operatore ha scritto al mio posto Celeste. Mi è stato chiesto se volevo celebrare un funerale e io ho detto di no. Dopodiché mi ero dimenticata della vicenda. Non pensavo che facessero queste lapidi, è successo anche a una mia amica, nel suo caso è stato messo il nome del papà. Mi ha fatto uno strano effetto, io non avevo fatto questa scelta, io non avevo capito questa cosa. Trovo che non sia rispettoso né decoroso.

La donna era stata assistita all’interno di una clinica privata, mentre il feto è stato recuperato dall’associazione Movimento per la vita, lo stesso che si occupa di sepoltura e rito dei feti a Brescia.

Noi facciamo solo la parte della preghiera, dell’accompagnamento, della vicinanza, dell’amicizia al bambino non nato e alle famiglie quando ci sono, al cimitero.  L’intera procedura del seppellimento dei bambini non nati, che comprende il dare e lo scrivere il nome e cognome è a cura del Comune, dell’Ospedale e del Cimitero.

Si è difeso Saulo Mafezzoni, medico e presidente del Movimento per la Vita-MpV bresciano.

Come si è potuta verificare una situazione simile? Secondo il Dpr 285 del 1990, “Approvazione del regolamento di polizia mortuaria”, che regola la questione, i feti al di sotto delle 20 settimane, chiamati prodotti del concepimento, e quelli compresi tra le 20 e le 28 settimane, ossia i prodotti abortivi, devono essere trattati dalle strutture sanitarie come rifiuti speciali, eccezion fatta per i casi in cui siano i genitori stessi a richiedere esplicitamente alla ASL di appartenenza il trasporto e il seppellimento, facendosi carico delle spese. Diversamente, vengono bruciati.

La testimonianza di Marta, riportata in questo post, evidentemente però dice altro.

Le immagini si sa, sono più potenti del testo , "arrivano prima". Ecco...inizio scrivendo che questa non è la mia...

Pubblicato da Marta Loi su Lunedì 28 settembre 2020

Marta fa riferimento a un paragrafo, all’interno del sito di AMA-Cimiteri capitolini, dedicato proprio alla descrizione e alla regolamentazione del Giardino degli angeli, uno spazio presente all’interno del cimitero del Laurentino, e del cimitero Flaminio. Leggiamo allora cosa dice questa parte:

I regolamenti, le normative e prassi vigenti, non consentono di delineare un quadro organico per il trattamento dei feti e dei bambini mai nati che possa armonizzare la disciplina di una questione tanto delicata con la diversa sensibilità di ciascun individuo sul tema.
In assenza di un Regolamento regionale, questo tipo di sepoltura è disciplinata dai commi 2, 3 e 4 dell’art. 7 del D.P.R. 285/90 (Regolamento Nazionale di Polizia Mortuaria) che, in sintesi prevede che:

  • “prodotti del concepimento” sino alla 20^ settimana vengano sepolti su richiesta dei familiari. In assenza di questa sono considerati “prodotti abortivi” e trattati come rifiuti speciali ospedalieri dalle ASL competenti;
  • i “prodotti del concepimento” dalla 20^ alla 28^ settimana oppure i “feti” oltre la 28^ settimana, vengono sepolti su richiesta dei familiari o, comunque, su disposizione della ASL.

[…] Presso il cimitero Flaminio, dal 1990 è disponibile un campo apposito per la sepoltura a terra dei bambini fino a 10 anni, al quale AMA-Cimiteri Capitolini destina anche i “feti” che hanno avuto un funerale.
Sempre presso il Flaminio, esiste un altro campo a cui sono destinati i “prodotti del concepimento” o i “feti” che non hanno avuto onoranze funebri perché sepolti su semplice richiesta dell’ASL.
Gli stessi giacciono in fosse singole, contraddistinte da un segno funerario apposto da AMA-Cimiteri Capitolini, costituito da croce in legno ed una targa su cui é riportato comunemente il nome della madre o il numero di registrazione dell’arrivo al cimitero, se richiesto espressamente dai familiari.

Scoppiato il caso, cominciano anche i primi rimpalli di responsabilità: l’ospedale San Camillo, dove è stata effettuata l’interruzione di gravidanza, ha infatti incolpato Ama per un’eventuale violazione della privacy, ma quest’ultima rifiuta ogni addebito e spiega che tutto parte da input degli ospedali e delle Asl, mentre giustifica la presenza del nome della madre sulla croce spiegando che “in assenza di un nome assegnato, deve riportare alcune indicazioni basilari per individuare la sepoltura da parte di chi la cerca”. Nel frattempo, per far luce sulla vicenda sono partite due interrogazioni, una diretta alla regione Lazio e una al Parlamento.

In realtà il cimitero romano non è il solo in cui i feti vengono seppelliti senza il previo consenso dei genitori; Jennifer Guerra ha persino tracciato una vera e propria mappatura dei cimiteri per feti sparsi su tutto il territorio nazionale, ripresa anche in un articolo dell’Independent, evidenziando in rosso i cimiteri che hanno “Giardini degli angeli” o luoghi di sepoltura per feti, in blu le amministrazioni locali in cui sono state proposte, o che hanno votato mozioni “a favore della vita”, e in giallo gli ospedali, pubblici o privati, che hanno stipulato convenzioni con Difendere la vita con Maria, associazione cattolica che proprio attraverso questi accordi preleva i prodotti abortivi dagli ospedali per seppellirli nei cimiteri, senza l’autorizzazione della donna o dei genitori, o altre associazioni che agiscono in maniera simile.

CIMITERI E REGISTRI DI "BAMBINI MAI NATI", L'ITALIA ANTI-CHOICE Ho visto molta indignazione per la proposta di aprire...

Pubblicato da Jennifer Guerra su Martedì 18 agosto 2020

È chiara la profonda violazione che queste associazioni, dalle amministrazioni e dagli ospedali conniventi, compiono rispetto alla donna che ha subito l’interruzione di gravidanza; come sempre capita, quando si discute di aborto, non si tratta di denigrare o deridere le ragioni della fede, ma semplicemente di pretendere lo stesso rispetto anche dall’altra parte, dalla parte di quelle donne che, con tutte le implicazioni psicologiche del caso, si trovano a scegliere di interrompere una gestazione.

Giardino degli Angeli: il cimitero dei feti abortiti

Prendiamo ancora l’esempio di Marta, una donna che espressamente scrive che quella croce, quel simbolo cristiano eretto sopra la “tomba” di suo figlio”,

non mi appartiene.

C’è un problema di duplice natura, quindi: non solo si viola in maniera manifesta e violenta la privacy di una donna pubblicandone nome e cognome sulla croce sotto cui è seppellito il feto, come se fosse l’eterna punizione per la sua colpa, ma a questo si aggiunge anche un’imposizione, altrettanto aggressiva, di natura religiosa, che, raccogliendo tutto sotto l’egida del cristianesimo, non rispetta la libertà di culto o non culto personale, chi segue un’altra religione o chi, addirittura, è ateo. E questo è eticamente inconcepibile in un Paese che si professa laico, e in cui il piano prettamente “medico” – se così vogliamo definirlo – dell’aborto, dovrebbe essere slegato da quello religioso.

Molto forti sono le parole usate dall’attivista Vitadibi in un post pubblicato sul suo profilo Instagram:

L’Italia ha un cancro orribile, si chiama ingerenza della chiesa cattolica nella vita pubblica e laica. Ed è un cancro che ritarda l’educazione sessuale ed affettiva obbligatoria nelle scuole, che salverebbe tante vittime di stupro, mst, gravidanze indesiderate.

Questa ingerenza è quella che consente alle associazioni Pro Vita di disporre di quei feti che le madri, per propria libera scelta, hanno deciso di non seppellire, qualunque siano le ragioni su cui non si dovrebbe avere il diritto o la pretesa di sindacare, contravvenendo di fatto anche a quanto stabilito a livello legislativo. Perché a essere contestato non è il diritto di avere un luogo per commemorare una gravidanza non portata a termine, ma la mancanza di consenso, da parte della donna, alla base della decisione, arbitraria, di prelevare i feti per seppellirli in questi cimiteri.

Che è sostanzialmente anche quanto espresso da La Torre nella mail che sta inviando alle donne che chiedono spiegazioni sul tema:

Esprimiamo il nostro sconforto di vivere in paese in cui per una donna o per due genitori sia necessario vivere un dramma nel dramma o una violenza della propria vita personale. Il diritto all’autodeterminazione si lega strettamente al diritto di condividere le nostre scelte o le nostre sofferenze solo con chi riteniamo e vogliamo.

Nonostante le continue rassicurazioni, la legge 194 che sancisce il diritto all’interruzione di gravidanza viene puntualmente rimessa in discussione attraverso provvedimenti, atti o dibattiti che cercano di privarla della sua legittimità e di cambiare le carte in tavola; è successo, proprio in piena pandemia Covid, con l’aborto farmacologico, ad esempio, sospeso in diverse strutture italiane, e adesso si aggiunge questa questione.

Ancora una volta, lottare per il mantenimento del diritto all’aborto non significa che si deciderà di ricorrervi almeno una volta nella vita, non significa neppure essere d’accordo: significa solo lottare affinché le donne che, per qualsiasi motivo, devono o vogliono farvi ricorso, lo possano fare nella più completa trasparenza e sicurezza, allontanandole da quelle tremende situazioni di clandestinità che, negli anni passati, fino al 1978, sono costate la vita a moltissime di loro.

Allo stesso modo, nessuna di queste donne deve essere sottoposta a un processo di morale o di aderenza ai valori della fede, e perciò deve avere il diritto di non ritrovare il proprio nome scritto su una croce che lei non ha chiesto.

Articolo originale pubblicato il 29 Settembre 2020

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