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"Mi chiamo Blu e amo il mio nome”: la follia di discutere il sesso dei colori

I genitori della piccola Blu potranno chiamare la loro bimba così, senza aggiungere nomi "palesemente femminili". Perché finalmente si è capito che dare un sesso anche ai colori è davvero una follia.

Il nome imposto al bambino deve corrispondere al sesso.

A sancire questa regola per i genitori nell’attribuzione del nome al neonato è il Decreto del Presidente della Repubblica 396/2000, tornato prepotentemente alla ribalta dopo il caso della bimba di un anno e mezzo ai cui genitori la Procura di Milano aveva imposto l’aggiunta di un nome “palesemente femminile” prima di quello scelto per lei, Blu.

Anche se non tutti lo sanno, infatti, alcuni nomi sono espressamente vietati dalla legge italiana, che proprio attraverso il DPR 396 del 2000 ha provveduto a rivedere e correggere alcune norme relative all’attribuzione dei nomi ai nuovi nati, fra cui spicca, ad esempio, il divieto di imporre lo stesso nome del padre vivente – niente junior, quindi -, di un fratello o di una sorella viventi, un cognome come nome o nomi ridicoli e vergognosi; lo stesso decreto ha invece reintrodotto la possibilità di assegnare nomi geografici ai figli, usanza che un tempo, a pensarci bene, era piuttosto diffusa.

Ma torniamo alla piccola Blu, e alla battaglia che i suoi genitori hanno dovuto affrontare per difendere la scelta di quel nome che, pur se particolare, non ha certo alcuna attinenza con il sesso. La norma infatti, come detto, parla chiaramente di una corrispondenza tra nome del bambino e sesso: ciò significa che una bambina non possa essere chiamata Marco, o un maschietto Giulia. Ma lo stesso discorso non fila e non può valere per i colori, perché i colori non hanno sesso, ed è per questo motivo che la richiesta della Procura milanese è apparsa non solo pretestuosa, ma anche come un’ingerenza eccessiva e inutile nella vita famigliare dei genitori di Blu.

C’è di più: pretendere che anche i colori possano essere etichettati e catalogati come appartenenti a un genere sessuale ben definito continua pericolosamente a perpetrare quell’ideale arcaico che tende dichiaratamente a distinguere “cose da maschi e cose da femmine”, alla stregua di quei grembiulini a quadretti rosa o  celesti con cui i bambini vengono inquadrati sessualmente già a partire dalla scuola materna. Il cui prolungamento naturale è conseguente saranno i giocattoli, rigorosamente da maschi e da femmine, i vestiti e via dicendo, con buona pace di chi si prodiga per trasmettere un messaggio di universalità e libertà personale che non assegna colori, passioni o professioni solo per il sesso con cui si viene al mondo.

Il blu non è un colore da maschio solo perché anni di retrograda scolarizzazione ce lo ha fatto pensare; il blu, semplicemente, non è un colore che ha sesso, esattamente come vale per tutti gli altri.

In questo senso, e tornando a occuparci di nomi, perché dovrebbe essere consentito chiamare una bambina Celeste, ma non Blu?

Forse proprio tenendo in considerazione questo aspetto banale ma evidentemente non scontato la giudice Paola Barbara Folci, della Nona sezione civile del Tribunale di Milano, ha potuto archiviare la questione della piccola Blu una volta per tutte, come riporta un articolo di Repubblica, chiarendo che la bambina potrà continuare a chiamarsi in questo modo. Senza bisogno di aggiungere nomi “palesemente femminili” poiché Blu non ha niente per non essere considerato tale. Non certamente l’associazione a un colore tipicamente, e assurdamente, legato alla sfera maschile.

Del resto, nel mondo c’è chi porta con fierezza questo nome ed esattamente come molti altri è rimasta spiacevolmente sorpresa della clamorosa bagarre scatenatasi attorno alla storia della famiglia Marazzini, colpevole di aver dato il nome incriminato alla loro piccola.

Blu Lepore, intervista da Repubblica, convive orgogliosamente col suo nome da 41 anni, e per nessuna ragione al mondo si sognerebbe di cambiarlo.

Mia madre era una figlia dei fiori, una hippy e amava il mare. Era giovanissima quando nacqui, aveva 21 anni ed era il 1976. Si presentò all’anagrafe con una lista di nomi di colori – ha spiegato la donna, che lavora nel campo teatrale –  I funzionari dell’anagrafe non mi iscrissero subito, ma chiesero spiegazioni. Così mia madre cominciò ad argomentare soprattutto col nome Celeste, che in passato era anche maschile e poi diventò prevalentemente femminile. Ma in breve li convinse e mi iscrissero come Blu senza nessun altro nome.

Blu assicura che il suo nome l’abbia sempre connotata in maniera positiva.

[…] mi ha regalato una carica di simpatia e di empatia con tutti. Sarà perché lavoro in teatro, che è un ambiente particolare. Ma anche nelle situazioni più tese, quando magari ci si trova al centro di una discussione in un ufficio pubblico, la lettura del mio documento riusciva a rasserenare, tutto si spostava sui commenti relativi al mio nome. Blu ha sempre unito me agli altri, almeno nella mia esperienza di vita.

Del resto, e con il massimo rispetto per chi ha sollevato questo polverone inveendo contro una scelta legittima fatta da una coppia di neo genitori, discutere persino del sesso dei colori è una vera e propria follia. Dovremmo cercare di fare dei passi in avanti, e scrollarci di dosso quest’assurda categorizzazione che spinge inutilmente a divisioni anziché azzerare le differenze basate sul genere sessuale, e invece si continuano a trovare appigli per portare avanti cliché banali e ormai ampiamente abusati, in cui persino i colori devono schierarsi.

Viva Blu, quindi, e che la sua vita sia sempre rosea; o di qualunque altro colore lei voglia.