Com’è la vita di un bambino autistico? Nessuna tra noi può davvero capirlo, a meno che non si tratti del proprio figlio. Gli episodi che la cronaca ci propone di tanto in tanto non sono confortanti: spesso leggiamo di come questi bambini vengano emarginati dai coetanei, a volte persino dai loro genitori o non vengano sufficientemente seguiti a scuola. Naturalmente e per fortuna, la cronaca giornalistica si occupa di raccontare le eccezioni e quindi in mancanza di dati ufficiali è solo così che il fenomeno può essere letto: ogni caso è a sé stante. Eppure ognuna di queste storie di emarginazione è una stilettata al cuore.

Una delle cose che non ci riesce di comprendere è per esempio la posizione dei bambini normodotati o dei loro genitori, che escludono qualche bambino autistico che studia o vive vicino ai loro figli. Hanno paura? E di cosa? L’autismo non è certo una malattia infettiva. Questo concetto viene preso in esame da Shane, un uomo inglese, un padre di Newcastle, la cui storia viene che sui social network si è sfogato a causa del fatto che i suoi conoscenti non coinvolgano il figlio Reilly invitandolo alle feste dei propri figli. Reilly ha 6 anni ed è un bambino autistico. La sua vita viene raccontata dai genitori, Shane e Christine su un blog e relativi canali social. Tanto che lo sfogo di Shane è stato rilanciato dalla moglie su Twitter, dove ha trovato comprensione.

Questo è rimasto a fermentare per un po’ di tempo – ha scritto il papà – così ora emerge. Potete apprezzare o discriminare. Mio figlio Reilly ha l’autismo, non la lebbra; ha 6 anni e i miei cosiddetti amici che hanno bambini organizzano feste per i loro figli. Nessuno invita, nessuno. Pensate a questo mentre andate a quel paese; avete un’idea di quanto sia doloroso? Per la cronaca, in futuro non preoccupatevi che lui non sia una parentesi, lui è in ogni mio pensiero.

Ci siamo permesse di omettere le parolacce nella traduzione, però comprendiamo la rabbia che ha portato a scriverle. Comprendiamo lo scoramento di Shane. Reilly ha diritto di essere felice, di divertirsi, di non essere emarginato per via di questa condizione, un disturbo del neurosviluppo con tantissime sfumature. E sul quale ancora oggi c’è poca conoscenza, soprattutto all’interno della società, dove proliferano i luoghi comuni e la scarsa informazione. È questo il retroterra culturale che ha permesso l’emarginazione di Reilly, ma per fortuna i social servono anche a scoprire che il mondo è vario. E può essere bello.

L’account Twitter Life of Reilly, al rilancio dello sfogo di Shane ha ricevuto tantissimi commenti, like e retweet. Le persone non sono rimaste sorde a questo grido di dolore, il dolore di un padre che pensava di avere degli amici, ma che non hanno nessuna empatia, il dolore di un uomo che vorrebbe rendere felice il proprio figlio ogni singolo momento della sua vita ma non può a causa degli altri. Alcune di queste persone che hanno risposto al tweet hanno promesso di invitare Reilly alle feste di compleanno dei propri figli, specificando da dove scrivessero, in modo da consentire a Shane, Christine e Reilly di organizzare anche un ipotetico viaggio. Perfino una squadra sportiva ha invitato Reilly a far festa con loro quando lo avesse desiderato.

E non sono mancati neppure i racconti di esperienze parallele, da parte di genitori di un bambino autistico. C’è chi dice che, dopo la nascita del proprio figlio, ha dovuto prendere perfino le distanze in famiglia, perché il proprio figlio veniva emarginato a causa dell’autismo dalla sua stessa zia. Chi rassicura Shane che di certi “amici” è meglio liberarsi. Chi racconta di avere una bimba autistica e di temere l’emarginazione quando diventerà grande. Al momento in cui scriviamo si contano quasi 12mila like, oltre 1300 commenti e quasi 4500 retweet. Come dicevamo: il mondo, per fortuna, è vario.

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