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“Voglio di più, per la paperella rosa e per le bimbe che rosa non si sono mai sentite”

"Io voglio più di questo, per una paperella rosa e per le bambine che rosa non si sono sentite nemmeno una volta". Le parole di questa mamma ci fanno riflettere su quanto forti siano ancora gli stereotipi di genere.

C’è ancora qualcuno che vorrebbe dare un sesso ai colori. Può sembrare strano, ma mentre si discute di parità di genere, di uguali opportunità e di abbattimento di barriere sessuali e sessiste, nello stesso universo, solo da un’alta parte, c’è ancora qualcuno che è preoccupato di sapere in anticipo se darà al mondo una bimba o un bimbo solo per poter adeguare il corredino al sesso del nascituro: rosa in caso di femmina, celeste se maschio.

La faccenda dei colori, per quanto possa sembrare banale, di poco conto, in realtà è lo specchio quotidiano di un percepire ben più ampio e chiaro, finalizzato proprio a mettere in risalto, piuttosto che annullare, le presunte differenze di genere.

Se si permette alla scelta di un nome da dare a una figlia, Blu, di diventare l’oggetto di una discussione sull’opportunità della decisione e sul paventato rischio di “confusione mentale” che, alcuni sostengono, potrebbe creare nella bambina l’avere un nome che rimanda a un colore maschile (?) si capisce quanto il sessismo, commisurato in termini di tinte e sfumature, sia tutt’altro che questione irrilevante.

Di modi per esprimere l’istintivo e insensato bisogno di dare un sesso alle cose, del resto, ce ne sono fin troppi, tutti privi, a pensarci bene, di una logica davvero inconfutabile e ferrea; e la cosa preoccupante è che ciascuno di questi modi si occupano e passano tutti attraverso l’infanzia, come se quel momento, quello in cui un bambino viene formato ed educato, fosse il migliore per insegnare (e perché no, inculcare) le necessarie distinzioni di sesso (che poi necessarie non sono). E da lì via al distinguere in “giochi da maschi e da femmine”, “vestiti da maschi e da femmine”, addirittura libri “da maschi e da femmine”.

Pare evidente la stupidità di un ragionamento che presuppone che far giocare un bambino con le bambole potrebbe “confonderlo” a livello sessuale, o che una bambina che ami giocare a calcio possa essere una “futura lesbica”. Pare, ma è comunque ancora fortemente radicato in una cultura che, in fondo, le differenze non le ha mai sapute superare veramente.

Il fatto, la cosa che preoccupa davvero di più chi assiste impotente al continuo trionfo di stereotipi e cliché sessuali, è che spesso ci si trova a remare contro un sistema intero, contro un sentire sociale che perpetra retaggi antichi come il mondo perché in realtà non ha alcuna intenzione di abbandonarli. Così, anche il genitore più volenteroso, attento e aperto del mondo talvolta si trova a che fare con un figlio che, inevitabilmente esposto alla comunicazione con altre persone, viene “indirizzato” suo malgrado verso la filosofia del “rosa=femmine e blu=maschi”.

Lo spiega Ella, mamma di un bambino di appena due anni, in un post condiviso sulla sua pagina Facebook che ci ha colpiti molto, proprio perché evidenzia una situazione che, in taluni casi, non dipende unicamente da noi e dal modo in cui scegliamo di educare i nostri figli, ma è irrimediabilmente influenzata dal contesto in cui tutti i nostri figli, volente o nolente, sono immersi. Che è quello della scuola, dell’asilo, dei nonni, degli amici e delle famiglie di questi ultimi. Un microcosmo che contribuisce, a suo modo, a formare un bambino, non sempre secondo quelle che sono le nostre aspettative.

La papera ha un nome, adesso.
Iago ha deciso così: Bimba.
Credo di averlo guardato come se non avessi capito, mentre ripeteva quel nome e aggiungeva: ‘(r)osa’.
Le bimbe, nella mente di un bambino di due anni, hanno già una bella etichetta scintillante e un colore ben definito.
E sì, mi sono sentita un po’ sconfitta e un po’ frustrata dalla banalità di questa risposta, dal suo incedere sicuro su una strada di significati che non ammettono deviazioni.
Perché mi racconto tante belle cose e poi ci rimango male quando vedo i miei sforzi che se ne vanno in fumo, calpestati dai luoghi comuni che sono più forti della realtà. Perché tutto intorno sempre inizia con la forma e si esaurisce nella sostanza delle cose, che io lo voglia o meno.

Un giochino regalato al proprio bimbo è stato in grado di stimolare in Ella una riflessione che è tutt’altro che banale: com’è possibile che già a due anni i bambini siano “inquadrati” in schemi culturali talmente rigidi e definiti, pur senza sapere minimamente di cosa stanno parlando? A un bambino non può fare differenza che una papera rosa sia considerata un gioco “da maschio o da femmina”, eppure è già in grado di categorizzare il giocattolo, rispondendo, a tutti gli effetti, a quelle che sono le aspettative di una società che, forse fin troppo preoccupata dal gender free, fa di tutto per riportare nei ranghi la situazione, stabilendo fin dall’infanzia ruoli e aggettivi.

Ma cosa può fare un genitore per ribellarsi a questa assurda “dittatura dei colori“, spiegando a un figlio la libertà di poter scegliere di essere solamente ciò che desidera? Lo abbiamo chiesto a lei, a una mamma che si è sentita frustrata quando ha sentito il suo Iago dare alla paperella rosa il nome di “Bimba”.

Credo che non sia possibile farlo da soli, ma debba essere uno sforzo condiviso dalla società – ci ha risposto Ella – Dal luogo dove i bambini trascorrono la maggior parte della loro giornata, la scuola. dove imparano e acquisiscono competenze, sociali e relazionali in primis (e parlo naturalmente dell’asilo nido, mio figlio ha due anni- e di tutto il percorso scolastico poi). Ma noi, come madri, come padri, abbiamo una responsabilità enorme: educare alla diversità, alla bellezza, alla gentilezza. Solo in questo modo riusciremo a rendere il mondo un posto dove l’inclusione sarà la norma, e dove non saranno le questioni (di genere e non) a dividerci.
Perché, continua Ella, se si accetta passivamente questo genere di educazione sottovalutandola, la deriva estremista è il rischio più concreto.
Purtroppo credo che questioni di genere portino alla violenza di genere, ed è nostro compito educare i figli maschi al rispetto. “Lo fai come una femmina” o “Piangi come una femmina” sono solo alcune espressioni che usiamo, e le usiamo come un insulto. Dobbiamo aiutare i bambini a comprendere che non è così, che non esistono cose da femmine o da maschi, ma solo cose che ci piacciono o meno che ci riescono bene o meno. Aiutare le bambine in questo parte dall’educazione soprattutto dei bambini. Dalle parole che usiamo, dai pensieri che da quelle parole provengono.

Molte sono le campagne contro gli stereotipi di genere, una delle più recenti, quella firmata dal regista londinese Jake Dypka in collaborazione con la poetessa britannica Hollie McNish, si chiama Pink or Blue, e prende il titolo proprio da una poesia di McNish. La strada per liberarsi davvero dagli stereotipi sessuali, però, sembra ancora molto lunga.

Certo è che il lavoro in famiglia dev’essere il punto di partenza per liberare i più piccoli dall’ossessione per il sesso dei colori.

Ella, ad esempio, ci dice che il suo bimbo sperimenta molto sui giochi, che ha una passione per i libri e per la danza, coccola gli animali di famiglia e gioca con le pentole; non nega, però, che quella frase sia stata un vero e proprio macigno, duro da mandar giù.

Quella frase ‘bimba- rosa’ mi ha colpito molto, perché è inserita in un costrutto societario che purtroppo tende ad evidenziare questa scissione e io vorrei davvero che non fosse così.
Io credo fermamente che non esistano ‘cose da maschi’ e ‘cose da femmine’, così come i colori. Sostenere questa differenza significa di per sé fare riferimento a categorie culturali, non naturali. Lo sviluppo e l’acquisizione delle competenze passano attraverso il gioco. E allora perché un maschio non dovrebbe divertirsi con un bambolotto e prepararsi a fare il genitore? E perché una femmina non dovrebbe usare costruzioni, sporcarsi o arrampicarsi?
La società ci porta a dare ai bambini giochi che simulano lavori prettamente maschili o dimostrazioni di forza, alle bambine tutto ciò che è connesso con la casa o l’accudimento, e in più, tutto quello che ha a che fare con l’estetica (esistono trucchi per bambine piccolissime, bambole dalle proporzioni irreali). Questo contribuisce a fornire indicazioni precise sui ruoli che in futuro i bambini avranno nella società e su come dovranno essere e mostrarsi per non sentirsi inadeguati. Quando, in realtà, quello che dovrebbero fare è semplicemente essere se stessi. Ed avere l’opportunità di mostrarsi fragili se vogliono (parlo dei maschi) o caparbie se lo desiderano (le bambine).

È, in fondo, un messaggio bellissimo, che parla di amore e di valore, quello di Ella. Che racconta della volontà di insegnare ai propri figli a rispettarsi, indipendentemente da ciò che la società si aspetta da loro. Indipendentemente che rispondano o meno alle richieste pressanti di una società che ci vuole perfettamente definiti e formati in base alla nostra identità sessuale, quella che ci è stata data per natura, anche se non sempre la sentiamo come nostra. Che ci vorrebbe insegnare a chiamare le persone “donne e uomini” in base a quello che fanno, ai colori che scelgono, ai vestiti che indossano. Non in base a quello che sono.

E allora, è dalle parole di Ella che bisogna ripartire. Dai papà, dalle mamme, dalle parole che si usano e che sì, sono preziose eccome, soprattutto se davvero si vuole abbattere quella società dell’apparenza che dà un peso a tutto, fuorché alle persone.

Io voglio più di questo, per una paperella rosa e per le bambine che rosa non si sono sentite nemmeno una volta.

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