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Storia di Roberta, che da bambina sapeva già di essere Edoardo

I transessuali sono persone misteriose per molti di noi. La nostra ignoranza a volte non ci permette di approcciarci a loro in maniera corretta. Per capirli ci vuole rispetto, come insegna la storia di Edoardo, che un tempo si chiamava Roberta.

Si chiamava Roberta, ora si chiama Edoardo. La sua è la storia di una delle tantissime persone che ha iniziato un percorso per cambiare sesso, per diventare ciò che realmente è. L’identità sessuale non ha a che vedere esclusivamente con i cromosomi X e Y, ma ha a che vedere più profondamente con quello che ciascuno sente. Per la maggior parte delle persone, l’identità sessuale è la stessa che descrivono i geni, ma c’è una minoranza, quelle persone che prendono il nome di transgender, che non si riconoscono negli organi sessuali che hanno fin dalla nascita. E decidono di intraprendere tutto ciò che è possibile per riconoscersi, per sentirsi a proprio agio nella propria pelle. Questi ultimi sono quelli che chiamiamo transessuali, proprio come mostrato nel video sottostante dove una mamma ha donato una dosa di suoi ormoni alla figlia in transizione:

Una di loro, dicevamo, si chiamava Roberta, era nata nel 1970 in provincia di Roma e ha una sorella gemella di nome Simona. Oggi Roberta ha 47 anni, fa il vigile urbano e si chiama Edoardo, proprio perché all’età di 40 anni ha iniziato questo suo percorso dapprima assumendo degli ormoni per ridurre l’abbondante seno, poi c’è stata la transizione vera e propria e oggi Edoardo “aiuta” il suo corpo a riflettere la sua anima anche con l’esercizio fisico, come capita un po’ a tutti i transessuali, sia uomini che donne.

Naturalmente, la storia di questa transizione non comincia a 40 ma a 2 anni. La mamma portò la sua bambina dal pediatra perché aveva notato qualcosa: aveva notato che Roberta non si riconosceva in quelli che erano i ruoli delle femminucce e che anzi si riconosceva ampiamente in quelli dei maschietti. Ovviamente non parliamo solo di giocare a calcio e con le macchinine – che sono gusti quasi imposti dalla società e che non hanno una correlazione di natura scientifica con l’identità sessuale – ma di qualcosa di più profondo. Tanto che nella sua preadolescenza, i bambini avevano iniziato a chiamare Roberto, invece di Roberta. La sua mamma lo sapeva, lo ha sempre saputo, per cui non c’è stata nessuna sorpresa e soprattutto nessun dramma quando Roberta ha fatto sapere che sarebbe stata Edoardo di lì in poi:

Mi disse: «Mamma, avrei intenzione di cambiare sesso» – ha raccontato la madre di Edoardo – Le risposi: «Se tu sei felice, perché no? Siamo tutti vicini a te». A quei tempi era ancora Roberta: non sorrideva, era sempre tesa, non soddisfatta. Allora ho iniziato a partecipare a tutti gli incontri all’ospedale San Camillo. Adesso vedo mio figlio, a tutti gli effetti Edoardo, felice e bello. Questa è la sua strada. Sono orgogliosa di lui.

Un tempo una storia del genere sarebbe stata bollata come «disordine dell’identità sessuale», come racconta Tpi, ma oggi si preferisce dare il nome di disforia di genere (che comunque non appare troppo lusinghiero). Forse quello che dovremmo ricordare è che tutte le persone meritano il nostro rispetto indipendentemente da quale sia la loro storia personale. Il rispetto comincia da piccole cose, come utilizzare il pronome giusto – noi non lo abbiamo fatto solo quando abbiamo raccontato il passato di Edoardo. Ma non deve essere stato facile in tutti questi anni, soprattutto vivendo in un piccolo centro di quest’Italia di provincia.

Esistono due modi per affrontare la cosiddetta disforia di genere. Il primo prevede, come avviene ultimamente spesso negli Stati Uniti, che la transizione venga esaltata, aiutata dalla famiglia con tutto l’appoggio possibile. Gli americani usano un’espressione, «Trans is beautiful», diventata un hashtag delle celebrità come l’attrice Laverne Cox sui propri canali social. L’altro modo prevede che, intorno ai 12 anni, inizi una somministrazione ormonale, che può durare per un massimo di 4 anni, per consentire al ragazzo o alla ragazza di capire se si tratti di qualcosa di passeggero o di qualcosa che si sente profondamente. Dopo questi 4 anni – non di più o potrebbe nuocere allo sviluppo biologico – si può decidere quindi se riprendere tutta la propria vita da dove la si era lasciata, oppure iniziare appunto un percorso di transizione.