Congedo di paternità: come siamo messi (male!) in Italia

Dal 2021 il congedo di paternità in Italia sarà portato da 7 a 10 giorni, ma quella che potrebbe sembrare una conquista risulta invece tutt'altro, soprattutto se paragonata alla situazione degli altri Paesi europei.

Una prima bozza del Disegno della Legge di Bilancio aveva confermato i 7 giorni di astensione dal lavoro – già previsti per lo scorso anno – per chi diventa papà, adotta o ottiene in affidamento un bambino o una bambina. Una successiva versione della Legge di Bilancio, approvata il 20 dicembre 2020, ha esteso il congedo di paternità a 10 giorni, anziché 7, comprendendolo anche nei casi di morte perinatale.

La misura si pone in linea con le direttive europee che intendono incrementare sempre più il periodo di congedo di paternità nell’ottica di un equilibrio tra attività professionale e vita familiare di entrambi i genitori. Nell’aprile 2019, infatti, il Parlamento Europeo aveva approvato la direttiva 2019/1158 che prevedeva che il padre dovesse obbligatoriamente avere diritto ad almeno 10 giorni lavorativi di congedo di paternità retribuito nel periodo della nascita o del parto del feto morto, una direttiva a cui gli Stati membri avrebbero dovuto adeguarsi entro tre anni dalla promulgazione, ossia entro il 2022. Questa è la risposta dell’Italia.

Vediamo più nel dettaglio in cosa consiste il congedo di paternità, come ottenerlo e qual è la situazione italiana rapportata agli altri Paesi.

Cos’è e come funziona

Il congedo di paternità è una tutela per i neo papà, per i quali è previsto l’obbligo di astenersi dal lavoro per un determinato arco temporale in seguito alla nascita del figlio con modalità e tempistiche previste dalla legge che vedremo meglio in seguito. Come accennato in apertura, attualmente questo arco di tempo è di 10 giorni, un trend in crescita rispetto agli scorsi anni, ma ancora non sufficiente, specie se rapportato con la situazione negli altri Paesi europei.

Ad un primo sguardo, infatti, l’aumento da 7 giorni a 10 potrebbe sembrare una conquista, soprattutto perché negli anni si è assistito a un sempre maggiore aumento: nel 2017 siamo passati da 2 giorni a 4, nel 2019 a 5 e infine, nello scorso anno, a 7. Eppure siamo ben lontani dal considerarlo una conquista.

Le modalità sono sempre le stesse. Il congedo di paternità – che non è facoltativo ma obbligatorio – può essere fruito entro 5 mesi dalla nascita del figlio o dall’ingresso dello stesso in famiglia nei casi di adozioni o affidamenti e prevede una retribuzione pari al 100% dello stipendio. Inoltre, può essere utilizzato durante il congedo di maternità della madre lavoratrice, o anche successivamente e in maniera non continuativa. Anche per il 2021, al congedo di paternità è possibile aggiungere un ulteriore giorno di congedo facoltativo, da fruire in accordo e in alternativa alla madre.

Come si richiede

Sono due le modalità previste:

  • se l’indennità viene pagata dal datore di lavoro, le date in cui si vuole usufruire del congedo devono essere comunicate almeno 15 giorni prima. Se richiesto in concomitanza dell’evento nascita, il preavviso si calcola sulla data presunta del parto. A sua volta il datore di lavoro comunica all’INPS le giornate di congedo fruite;
  • se invece è l’INPS a pagare, è necessario presentare domanda direttamente all’Istituto tramite i servizi dedicati.

In ogni caso, per avere conferme ufficiali sul congedo di paternità 2021 bisognerà attendere l’approvazione definitiva della Legge di Bilancio e le successive istruzioni che l’INPS dovrà fornire per il prossimo anno.

I dati del congedo di paternità

Nonostante la possibilità di ottenere il congedo di paternità, sono moltissimi i padri nel nostro Paese che scelgono di non godere di questo diritto, almeno non nella sua totalità. Un’analisi ISTAT relativa agli anni 2013-2018 ce lo mostra con chiarezza.

Congedo di paternità negli altri Paesi

Come accennato in apertura, entro il 2022 tutti gli Stati membri della UE dovranno adeguarsi alla misura approvata nel 2019 dal Parlamento Europeo che prevede almeno 10 giorni lavorativi di congedo parentale. E la sensazione è che il caso Italia sia, più che una conquista, un adeguamento alle regole imposte, che rappresentano però il minimo sindacale oltre il quale non si può scendere. Insomma, detto diversamente: si poteva fare di più. Soprattutto, se guardiamo al di là dei nostri confini nazionali.

Prendiamo l’esempio più virtuoso: la Spagna. Dal 1 gennaio 2021, tutti i neo papà spagnoli o il secondo genitore equivalente hanno diritto a 16 settimane di congedo di paternità (prima, 12 settimane), un periodo di tempo equivalente al congedo di maternità e non trasferibile. I genitori potranno condividere le prime 6 settimane di congedo, mentre le successive 10 sono volontarie, i genitori possono cioè decidere se utilizzarle a tempo pieno o condividerle tra loro.

Come accennato in precedenza, le origini di questa situazione non proprio felice sono da ricercarsi, specie nel nostro Paese, in una concezione patriarcale di famiglia, che identifica ancora oggi nelle donne le principali figure deputate alla sua gestione.

Questa concezione di cui è ancora pregna la società, sebbene più velatamente rispetto al passato, influenza la mentalità degli stessi padri, generando quel fenomeno culturale che prende il nome di paura dello stigma.

Gli uomini sono infatti storicamente associati al concetto di breadwinners, coloro cioè che “portano a casa il pane”, ed è più naturale per loro, e per la società in generale, continuare ad operare una netta divisione dei ruoli, sebbene ormai sia una situazione anacronistica.

Ed ecco che usufruire del congedo di paternità nell’ottica di un uomo potrebbe risultare una scelta non virile, ridicola, sconveniente o addirittura non necessaria. Non solo, in molti casi si pensa che possa avere un impatto negativo sulla propria situazione lavorativa, portando a un rallentamento della carriera, alla perdita di opportunità di avanzamenti e persino al rischio di licenziamento.

E del resto, ancora oggi la stessa società e il mondo lavorativo ci dicono chiaramente quale sia la regola, considerato che continuano a premiare gli uomini padri e penalizzare le donne lavoratrici che scelgono di essere madri.

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Eppure qualcosa di concreto in questo senso si sta muovendo: gli esempi di celebri uomini di successo che scelgono di prendersi una pausa lavorativa per dedicarsi al proprio figlio, possono contribuire in modo più concreto a mettere in atto quel cambiamento culturale di cui ancora abbiamo bisogno.

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