La gravidanza, in particolare nel contesto lavorativo, è sovente associata al pregiudizio: troppe sono infatti le donne che laddove vogliano e possano continuare a lavorare, si ritrovano a dover far fronte a innumerevoli difficoltà, tutte dettate dagli ormai inflazionati luoghi comuni legati a un periodo della vita in cui al contrario, la serenità e l’equilibrio dovrebbero rappresentare delle costanti.

A testimoniarlo è l’attrice Gemma Whelan che, pur avendo vissuto un’esperienza fortunatamente differente, ottenendo comunque una parte nella serie TV The Tower, è consapevole di quanto le diffidenze sulla propria gravidanza avrebbero potuto renderle le cose tutt’altro che facili, esattamente come è accaduto all’attrice Jade Anouka che, in un’intervista pubblicata su The Guardian, ha raccontato di come abbia perso una parte, dopo essersi vista negare la copertura assicurativa poiché incinta.

Le mamme hanno una marcia in più sul lavoro (ma spesso non lo sanno)

La stessa Whelan, concordando su come proprio la copertura assicurativa abbia rappresentato una tra le più importanti criticità, anche per quanto concerne The Tower, ricorda bene l’attesa angosciante che ha dovuto sostenere prima di scoprire se fosse ritenuta nelle condizioni di lavorare, nonostante i nove mesi di gravidanza in essere. 

“Mi sono davvero sentita vicina a Jade Anouka perché ho passato quella settimana e mezzo assolutamente snervante, fatta di ‘Argh… non avrei dovuto dirglielo?’. In quei momenti ti passa di tutto per la testa”.

L’esperienza di Gemma Whelan è stata tuttavia positiva, tanto da dimostrare che tutto sommato le cose per le donne incinte sul set non vanno poi così male: la stessa infatti recentemente è tornata lavorare su una nuova serie TV, pubblicando su Instagram un ringraziamento rivolto all’intero team di produzione per aver reso così facile e piacevole lavorare con la propria figlia neonata al seguito, permettendole di allattare al seno.

“Pensavo che sarei rimasta in disparte per un pò dopo aver avuto la bambina, il che va bene, ma sono stata molto fortunata. A distanza di sei settimane dal parto, ho ricominciato a lavorare con mia figlia e fortunatamente mi è stato permesso di allattare al seno… Dovrebbe essere una cosa normale: hai un bambino e devi allattarlo, ma stai anche lavorando!”.

Queste le sue parole che portano inevitabilmente a riflettere sul fenomeno del mobbing da maternità che ogni anno coinvolge un numero sconvolgente di donne incinte, costrette a subire una vera e propria discriminazione data dalla gravidanza.

Al netto delle mansioni fisicamente provanti e rischiose, troppo spesso emerge il pregiudizio da parte del datore di lavoro, che arriva a non ritenere la lavoratrice incinta all’altezza di svolgere adeguatamente il proprio ruolo o la propria mansione, poiché distratta dalle dinamiche che la gravidanza naturalmente comporta. 

Si tende quindi a considerare la gravidanza al pari di una malattia, ritenendola quindi sempre e comunque deleteria ai fini della rendita lavorativa. Non di rado la lavoratrice inizia a essere messa da parte, ritrovandosi a dover svolgere mansioni sempre più marginali e irrilevanti.

La situazione dopo il parto può addirittura arrivare a peggiorare: a fronte del desiderio e possibilità (per nulla scontata) di tornare al lavoro, sono in molte infatti le donne che ogni anno non possono farlo o si ritrovano costrette a dover svolgere attività di scarsa rilevanza, con l’invito nemmeno tanto implicito, a rassegnare le proprie dimissioni.

Lavorare in un ambiente “tossico” a stretto contatto con colleghi prevaricatori, non solo è ingiusto ma potrebbe anche mettere a repentaglio la salute della donna in gravidanza e quella del feto: a rivelarlo è una ricerca pubblicata sul Journal of Applied Psychology che ha messo per la prima volta in evidenza gli effetti del mobbing durante la “dolce attesa”: lo stress e la tensione a cui viene sottoposta la futura madre può inevitabilmente tradursi in una maggiore predisposizione alla depressione post-partum fino ad arrivare addirittura a esporre il bambino al rischio di una nascita sottopeso o prematura.

La discriminazione a causa della gravidanza ha dunque un impatto negativo non solo sulla salute della donna, ma anche del bambino che porta in grembo: tutto questo non fa altro che sottolineare l’importanza di porre al più presto rimedio al problema. 

Articolo originale pubblicato il 11 Novembre 2021

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