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L'altra faccia della discriminazione: "Noi donne senza figli, lavoratrici di serie B"

Straordinari, pretese di orari flessibili, favori mai ricambiati: perché il tempo libero di una donna senza figli vale meno di quello di una mamma?

Da mamma nutro un’infinita simpatia per le non mamme.
Sarà che sono diventata mamma alla soglia dei 35 e, quindi, ho un cv da non-mamma di tutto rispetto.
Sarà che incrocio spesso mamme che hanno dimenticato di essere donne (non tutte!) e, quindi, sono infinitamente grata ad amiche, colleghe e conoscenti non mamme con cui le cene arrivano sempre fino in fondo, i programmi sono rispettati, gli argomenti di discussione più vasti e non si rischia la morte per noia negli interminabili confronti su cacche e pannolini o su posizioni rigide travestite da battaglie ideologiche (solite storie: biberon o allattamento, baby food o solo biologico, punizioni o tante carezze anche quando il nano sta giusto massacrando di botte un altro bambino).

Sarà che con la scusa della discriminazione delle mamme sul lavoro e sull’onda dell’idealizzazione della figura della mamma Wonder Woman che si divide tra lavoro, casa, vita sociale e chiede, giustamente, diritti, ci siamo dimenticati un po’ tutti dei diritti, altrettanto importanti, delle lavoratrici senza figli.

A ricordarcelo è arrivata in redazione la lettera di A., una nostra lettrice, che ci ha scritto le parole che seguono e che vale la pena condividere.
Perché i diritti di una donna con i figli non sono più importanti, o prioritari, rispetto a quelli di una donna che non ne ha.

Buongiorno a tutte voi che seguite il blog.
Oggi sono qui per dare voce ad una categorie di donne, di cui faccio orgogliosamente parte, spesso messe da parte e calpestate: le lavoratrici senza figli; perché sì, anche noi abbiamo il diritto di alzarci in piedi farci sentire.
Parole forti che, sono certa, verranno contestate. Poco importa, se anche una sola di voi si sarà fermata a riflettere su queste righe, avremo raggiunto il nostro obiettivo.
Ebbene, eccoci qui.

Noi, considerate “libere”, siamo costrette a sopportare qualsiasi, e sottolineo QUALSIASI, cosa; un sovraccarico lavorativo e psicologico ingiustificato e ignorato, flessibilità di orari di qualsiasi genere, maggiore disponibilità di tempo, flessibilità ad accettare trasferte e spostamenti in altre sedi. No, non ci è concesso di avere degli interessi.
Le ferie? Praticamente non sfruttabili. Le ore lavorative durante i ponti e i periodi di “vacanze scolastiche” vengono riservati alle donne che non hanno famiglia.
Continue richieste di favori personali, ovviamente mai restituiti: il figlio ha la finale di calcetto, il saggio di danza, due linee di febbre; “stacco un po’ prima” e “mi copri un’oretta?” sono mantra divenuti quotidiani nella mia vita lavorativa.
Mi sono sentita chiedere, nell’attesa per un colloquio di lavoro, di farmi da parte per lasciare che il posto fosse occupato da una madre “perché lei ha una famiglia da mandare avanti”, poco importa che io fossi palesemente più preparata.
Mi rivolgo direttamente a chi si trova in questa situazione: signore, puntate i piedi e alzate la voce. Avete il diritto di viaggiare, di uscire, di divertirvi, di godervi la solitudine o di amare il vostro compagno, ricordatelo sempre.
È ora di dire BASTA.

Per la cronaca, noi ci siamo messe all’opera e promettiamo di tornare presto sulla questione per un approfondimento.