C’è un’emozione ricorrente che fa capolino nelle nostre giornate: la frustrazione. Per noi adulti, cosiddetti normodotati, si combatte nei modi più vari. Anzi, non sempre neppure noi “grandi” la sappiamo fronteggiare nel modo più corretto, giusto e rispettoso degli alti. Con un bambino con autismo è tutto un altro paio di maniche, sia per ciò che causa la frustrazione sia per come la si deve affrontare.

Lo ribadisco per rispetto alle mamme che, come me, hanno un figlio con una diagnosi di autismo: quello di Francesco è un autismo lieve, ad alto profilo di funzionamento per cui quello che racconto è relativo alla sua esperienza. Ma comunque non ha grossa importanza, perché ogni bambino con autismo è un mondo a sé. Qui parliamo di Francesco, del modo in cui affronta le giornate e di come noi genitori cerchiamo di stargli accanto. Come e perché nasce la sua frustrazione?

Dobbiamo fare delle piccole distinzioni. Prima della terapia, la rabbia che segue la frustrazione era molto ricorrente e si traduceva in lancio di oggetti per lo più e qualche volta delle botte a me o a suo padre. Ora è più limitata e si verifica con un piccolo verso di stizza e il labbro inferiore in fuori a mo’ di signorina Silvani. Questa cosa del labbro inferiore in fuori l’ha imparata fin troppo bene per esprimere il suo disagio, tanto che a volte lo fa anche per piccoli fastidi o attirare l’attenzione e mi basta sorridergli per permettergli di fare altrettanto.

"E se mio figlio autistico non fosse per sempre com'è oggi?"

La terapia ci ha permesso di eliminare completamente la questione delle botte, attraverso la token economy di cui vi ho parlato in un altro approfondimento. Vi sembra un bene? Lo è, ma solo in parte. A volte, a lui fa bene esprimere la frustrazione anche attraverso un po’ di violenza, ci hanno spiegato. Però ve lo spiego meglio, perché detto così non credo che renda l’idea. Francesco è un bambino molto dolce, fin da piccolissimo ha mostrato di sapersi adattare alle situazioni (tranne alcuni dettagli che tra poco vi spiegherò e che destano ancora adesso la sua frustrazione).

"Come si spiega la morte a un bambino autistico, come mio figlio, o meno?"

Francesco ha imparato da sé a scappare dalle situazioni. Nella vecchia scuola, in ludoteca e alle festicciole, mi sono sempre stupita di vederlo giocare quasi sempre solo con le femmine. Poi ho capito: i maschi lo menavano e lui non riusciva a ribellarsi. Così andava a stare con le femmine, che lo prendevano per mano e gli davano i baci.

Quello che lo menava di più, da sempre, era il suo amico Diego, nato praticamente insieme a lui e figlio di amici. Lo scorso Natale, quando Francesco e Diego si sono rivisti, Diego ha iniziato il suo show di wrestling, ma è successo qualcosa di inatteso: Francesco ha reagito, si è difeso. Certo, per me che sono pacifista non è stato bello vederlo menare più forte. Ma le terapiste dicono che va bene, che è importante che riesca a sentire il bisogno di difendersi.

Tornando al discorso delle sue frustrazioni, da dove nascono? Per Francesco, frustrazione è tutto quello che non è in ordine. Ordine per lui significa che tutto deve essere allineato o impilato perfettamente. Un’asimmetria anche di pochi millimetri gli causa un sentimento di sconforto profondo. Per fortuna ha imparato che quando sente la frustrazione deve venire da noi. Gli sorridiamo, lo rassicuriamo e lo aiutiamo a mettere in ordine.

L'incontro tra il bambino autistico in crisi e Biancaneve: le parole della mamma

Una questione importante riguarda le sgridate. Una cosa che ci hanno detto tutte le terapiste e le neuropsichiatre che abbiamo visto è: non sgridatelo di fronte alla frustrazione. Questo non significa non “sgridarlo” del tutto (lo metto tra virgolette perché non è quello che si intende di solito, ma certe volte ci dobbiamo mostrare un po’ più fermi e duri, anche se con un bimbo con autismo è davvero difficile dire di no). Piano piano mi sono accorta da me che è impossibile sgridarlo per una frustrazione.

Quando lo vedo sconfortato, l’unica cosa che so fare è abbracciarlo, dirgli che va tutto bene, che si può risolvere, magari insieme. O quando ha commesso un “misfatto” gli sorrido e mi lascio prendere in giro. Forse anzi pecco da un altro lato, gliene faccio passare lisce tante e lui ne approfitta perché in effetti è pigro e furbo.

Ma come si fa? Ci sono giorni che sono felice per tutta la giornata. Succede perché mi dice una frase per intero, o perché mi recita una poesia imparata a scuola. Succede se mi porta un piccolo manufatto in cui so non è stato aiutato dalle maestre (credetemi, si vede eccome). Come si fa a rovinarsi l’umore di fronte a tutti questi piccoli grandi progressi?

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