La notizia è del 17 febbraio 2022: il Parlamento Europeo – riunito per votare la relazione annuale in tema di diritti umani, democrazia nel mondo e sulla politica dell’Unione europea – ha condannato la pratica della gravidanza per altri a pagamento e ha chiesto agli Stati membri «un quadro giuridico europeo per affrontare le conseguenze negative della maternità surrogata a fini commerciali».

L’Europa, quindi, chiude alla commercializzazione della maternità surrogata, lasciando però aperta la porta alla regolamentazione di quella che è già una realtà in molti paesi dell’Unione, come il Portogallo, la Grecia, la Danimarca o il Belgio: la gestazione per altri “solidale”.

Anche detta “gravidanza per altri altruistica”, è una pratica che non prevede alcun compenso per la gestante, che può decidere liberamente di “prestare” il proprio corpo facendosi impiantare un embrione con cui non ha legame biologico (a donare l’ovulo è infatti in genere un’altra donna) e portando avanti gravidanza per un’altra persona o un’altra coppia.

La maternità surrogata in forma gratuita è legale in molti stati, con grandi differenze però a livello di possibilità di accesso – in molti paesi solo coppie eterosessuali regolarmente sposate possono ricorrere alla gpa – e di regolamentazione.

Regolamentazione che, ricorda l’Associazione Luca Coscioni – che tramite la deputata Guia Termini ha presentato una proposta di legge per legalizzare la gravidanza per altri solidale – è l’unica possibilità per «scongiurare lo sfruttamento e tutelare i diritti di tutte le persone coinvolte».

Anche Sam Everingham, direttore globale di Growing Families, un’organizzazione senza scopo di lucro che sostiene i genitori attraverso la maternità surrogata e sostiene le best practices, è d’accordo, aggiungendo che, però, la regolamentazione non basta, serve anche un supporto adeguato:

Le persone spesso pensano che la maternità surrogata volontaria sia un’alternativa più sicura, ma senza la giusta regolamentazione può anche essere dannosa per i surrogati, ad esempio se si sentono spinti da un membro della famiglia. Il supporto psicologico in qualsiasi situazione di maternità surrogata è fondamentale. Idealmente le coppie sarebbero in grado di impegnarsi nella maternità surrogata nel proprio paese in un modo sicuro e regolamentato per le coppie e le madri surrogate.

Eppure, nel nostro paese la gravidanza per altri altruistica va incontro alla prevedibile alzata di scudi non solo della destra e della Chiesa cattolica, ma anche di una parte del femminismo – che spesso rivendica il diritto di parlare a nome del “femminismo italiano” che secondo questa versione sarebbe in toto contro la gpa – e di ArciLesbica. Se i primi gridano alla minaccia del gender e alla snaturazione della famiglia tradizionale – sebbene l’80% delle coppie che ricorre alla gpa sia eterosessuale – le forme di opposizione “progressiste” alla maternità surrogata vedono in quello che non si stancano di definire “l’utero in affitto” una forma di sfruttamento patriarcale, nonché un mezzo di sfruttamento capitalista da parte del ricco occidente ai danni delle donne del terzo mondo.

Che esista anche un mercato – come quello della maternità surrogata in Ucraina – che approfitta di donne che non hanno mezzi, né quelli economici né quelli che permettono di decidere consapevolmente, non significa però che la gravidanza per altri non possa essere una libera scelta.

E lo dimostrano, più di tanti teoremi o proclami, le parole che Tara Bartholomew – la donna che ha scelto più volte la gravidanza per altri altruistica  facendo nascere i tre figli del giornalista di Internazionale Carlo Rossi Marcelli – ha rilasciato al Corriere della Sera. Le parole di una donna, già moglie e madre, che ha deciso, liberamente e senza costrizioni, di mettere il proprio corpo al servizio dell’amore di qualcun altro:

Non diventerò mai presidente, non troverò la cura del cancro, ma questo era qualcosa che potevo fare per cambiare la vita di qualcuno. Non avevo idea di quanto avrebbe significato anche per me. […] Ho deciso di diventare una madre surrogata dopo che mia sorella ha perso un bimbo un mese dopo la nascita di mia figlia. Mi aveva fatto sentire impotente. Mia sorella è gay e avevo visto le pressioni che aveva dovuto affrontare prima di decidere di fare un figlio, a cominciare dal timore dei pregiudizi. All’epoca lavoravo per un ginecologo e assistevo ogni giorno alle sofferenze delle coppie infertili. In più una delle nostre pazienti era una madre surrogata e aveva amato l’esperienza: mi è sembrato naturale farlo. […] Siamo una famiglia. I nostri figli si vogliono bene e i miei si sentono una sorta di fratelli maggiori.

Come lei, nemmeno Jamie – la donna che ha donato gli ovuli che, una volta fecondati, sono stati impiantati nell’utero di Tara – ha mai voluto tornare indietro sulla scelta fatta: «tutto questo è stato un dono, non mi sono pentita neanche per un momento». Rossi Marcelli le fa eco «Siamo una famiglia allargata. Ci mancano ancora le parole per dirlo, ma facciamo tutti parte della stessa storia».

La discussione continua nel gruppo privato!
Seguici anche su Google News!