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Parto podalico: cos'è e come comportarsi

Durante le ultime settimane di gestazione se il bimbo non ha assunto la consueta posizione cefalica per il parto, la gestante può andare incontro a un parto podalico. Cos'è e come è possibile affrontarlo?
Parto podalico: cos’è e come comportarsi
(Foto: Web)

Durante le ultime settimane di gestazione  il bimbo potrebbe non posizionarsi con la testa all’ingiù e sarà necessario un parto podalico.

La differenza con il parto cefalico consiste proprio nella diversa posizione assunta dal feto, per cui si devono prendere in considerazione tutte le precauzioni per essere pronte a questo tipo di parto.

In cosa consiste il parto podalico

Parto podalico: cos’è e come comportarsi
(Foto: Web)

Consuetudine vuole che verso l’ottavo mese il feto si giri da solo assumendo la cosiddetta posizione cefalica, ma accade anche che il bimbo non si giri e sia invece pronto a nascere in posizione podalica. A essere rivolte verso il bacino della mamma saranno le gambine: il bebè può avere le natiche rivolte verso il basso, oppure le gambe flesse ed essere rannicchiato su se stesso, o le gambe possono essere rivolte verso l’alto rispetto al sederino. In pratica, si dice che il feto possa assumere una posizione podalica completa o incompleta.

Cosa può accadere durante il parto?

Un parto podalico naturale, quindi, vuole che la gestante sia guidata e seguita dal ginecologo perché il parto non sarà semplice: oltre a essere più lento, risulterà più complicato perché a spingere per uscire saranno le natiche e non la testa rendendo l’intervento del ginecologo inevitabile per la buona riuscita del parto.

Perché il ginecologo è indispensabile? Il ginecologo è l’unico che può operare in modo tale da far uscire le natiche senza che il bimbo subisca traumi, e avrà maggior cura di far uscire le gambine spingendo con calma e decisione anche le spalle fuori, senza causare danni alla madre o al feto stesso. Appena le spalline saranno fuori, sarà lo stesso peso del bebè a facilitarne l’uscita completa.

In questo tipo di parto le spinte e gli sforzi della mamma non bastano, quindi, nel caso in cui il parto dovesse rivelarsi particolarmente doloroso o se dovessero verificarsi spiacevoli complicazioni, l’ostetrica potrà decidere di aiutare effettuando il cesareo.

Il bambino non si gira!

Parto podalico: cos’è e come comportarsi
(Foto: Web)

Come capire se bisogna affrontare un parto podalico? Solo dall’ecografia il ginecologo capisce la posizione del bebè e addirittura potrà distinguere se si tratta di una posizione podalica incompleta o completa. In realtà, la questo tipo di posizione è quella che il feto assume fin dalla formazione ed è solo quando la data del parto si avvicina sempre più che naturalmente si gira e cambia posizione. È la natura quindi che facilita il compito alla gestante, ma è il feto a cambiar le regole poi.

Cosa fare se il bambino non si gira?

Non c’è niente che la futura mamma possa fare se dall’ecografia risulta che il bimbo si trova ancora in posizione podalica: non può esserne colpevole e né potrà  intervenire da sola per far sì che il bimbo cambi posizione. Non esiste, infatti, alcun tipo di tecnica da applicare a priori per far girare il feto: se la posizione non cambia da sola, la mamma dovrà essere messa al corrente delle eventuali complicazioni e difficoltà.

L’unico aiuto che può ricevere la neo mamma è quello del ginecologo: esiste, infatti, una particolare manovra esterna, nota come rivolgimento, che il ginecologo può effettuare esternamente per tentare di far assumere al bimbo la posizione cefalica al momento del parto.

Parto podalico: le soluzioni

Parto podalico: cos’è e come comportarsi
(Foto: Web)

La manovra del rivolgimento può ovviare al problema del parto podalico: se effettuata correttamente, permetterebbe al feto di girarsi senza difficoltà, inoltre è un atto che viene effettuato esternamente per cui non è in alcun modo invasivo. L’unico eventuale problema da risolvere è la probabile insorgenza di forti contrazioni che potrebbero dar il via al parto vero e proprio.

Ciò significa che il rivolgimento va eseguito solo quando la gravidanza è a termine, altrimenti il ginecologo somministrerà alla gestante dei  farmaci che ritarderanno le contrazioni.

Come capire se è possibile applicare il rivolgimento? Ancora una volta l’esame ecografico verrà in aiuto di medico e paziente: serve, infatti, un ulteriore controllo per poter verificare l’esatta posizione del bebè e che il cordone ombelicale non comprometta l’esito del rivolgimento.

Infatti, se risulta che il cordone sia avvolto attorno al collo o all’addome del bimbo, bisognerà ricorrere al cesareo per far nascere il bebè perché non sarebbe possibile procedere in condizioni di pericolo di vita per il feto. Se dall’esame ecografico risulta tutto nella norma, allora il ginecologo procederà tranquillamente perché non ci sarà alcun rischio per il bimbo.

Come si procede?

Prima di procedere al rivolgimento, il ginecologo palpa l’addome della gestante per controllare ancora una volta dove si trovino la testa e il sederino del bimbo. Appurata la sua posizione, effettuerà una lieve pressione sull’addome che servirà per far slittare la testa verso il basso, mentre si occuperà con l’altra mano di far scivolare il sederino verso l’alto. Grazie a questa apparente palpazione, il bebè si girerà e si troverà nella posizione cefalica al momento del parto, inoltre la gestante potrà partorire in modo naturale senza per forza ricorrere al cesareo.

Il rivolgimento va effettuato verso la 36° o 37° settimana di gestazione, se si è stabilito che sia possibile procedere.  Esistono casi in cui è preferibile evitarlo: per esempio, se si dovesse riscontrare una placenta anteriore o se la placenta è previa sarà impossibile far eseguire la piccola capriola al bimbo, con la conseguenza che  il parto non potrà svolgersi per via vaginale.

Attenzione particolare va posta anche al battito cardiaco del feto, che andrà sempre monitorato perché può influire sull’effettiva attuazione del procedimento, e lo stesso vale se si verifica la presenza di fibromi sulla parete uterina o di un’esigua quantità di liquido amniotico.

Cosa accade alla mamma durante il rivolgimento?

Una volta che il ginecologo ha deciso di aiutare la mamma con il rivolgimento, la gestante viene fatta ricoverare il giorno prima di quello stabilito per la manovra e le sarà somministrato via flebo un farmaco che permetterà di bloccare l’insorgenza di contrazioni. P

rima di procedere, non bisogna stupirsi se il ginecologo vorrà verificare ancora la posizione podalica del feto, effettuando un’altra indagine più completa e annotando il suo peso del bimbo, la posizione della placenta e la quantità di liquido amniotico e lo stato di benessere del bebè.