Il tema dell’aborto è tornato decisamente alla ribalta – ma c’è mai stato veramente un momento in cui non sia stato messo in discussione? – dopo la decisione della Corte Suprema americana di ridurre drasticamente, fino quasi ad azzerare del tutto, i casi in cui si può fare ricorso all’IVG.

La regressione ai tempi della clandestinità dell’aborto è cominciata negli USA tempo fa, stato dopo stato, poi è stata la volta della Polonia, ma anche in Italia non ci siamo fatti mancare i rigurgiti antiabortisti dell’Umbria e il ritorno, puntuale, dei pro life che chiedono a gran voce la revisione, in ottica iper restrittiva, della 194.

Sull’aborto si spendono, da sempre, moltissime parole, ed è inutile dire che parliamo ancora di uno dei più grossi tabù che investono la nostra società e, ça va sans dire, le donne.

L’interruzione volontaria di gravidanza, ai più, è rappresentata solo come uno stigma, o come un’esperienza concessa, ma solo se traumatica e dolorosa. Come scrive IVG – Ho abortito e sto benissimo

In prima battuta è l’aborto in sé a essere stigmatizzato, attraverso rappresentazioni che lo connotano come un’esperienza fortemente negativa, sbagliata, dolorosa, nulla di cui andare fieri, insomma.

Ed è vero che molte volte l’aborto si affronta non così a cuor leggero, e lascia strascichi dolorosi e sofferti, come accaduto, ad esempio, nelle storie i cui passaggi più significativi vi riportiamo di seguito. Ma è altrettanto vero che queste storie, così come ogni storia di donna che affronti l’aborto, sono del tutto personali.

Aborto: lo stigma che ci spinge a sentirci in colpa se non ci sentiamo in colpa

Considerare “accettabile” l’aborto solo se doloroso e traumatico è un appiattimento che non solo nega le realtà in cui l’aborto non è doloroso, ma fa un torto anche alle singole esperienze dolorose delle persone, che non possono essere rinchiuse in uno schema prestabilito. Che è poi il motivo per cui risulta così complicato concepire quelle che sono viste come le apparenti contraddizioni dell’aborto, “Ho fatto bene ad abortire ma sto soffrendo per aver abortito”, che in realtà sono pensieri più che legittimi e del tutto umani.

Vivo a Derry e ho dovuto abortire a circa 40 anni – sono le parole di Eileen, affidate al Guardian – Ero arrivata a quell’età senza mai dover affrontare questo problema, mi ero sempre presa la responsabilità della contraccezione da sola. Ma sono stata ingannata dall’uomo che stavo vedendo però, che disse che era sterile. Allora, avevo deciso di scappare dalla povertà per me e per i miei figli. Avere un altro bambino avrebbe messo a repentaglio tutto questo, ma, detto questo, non è stata una decisione facile.

Ora ho avuto due aborti, e se la mia famiglia lo sapesse, il mio rapporto con loro sparirebbe – è invece il racconto di Heather, già madre di due figlie, a nymag.com –  Il primo è stato due anni fa. Mio marito ed io avevamo problemi finanziari e stavamo considerando di separarci. Ho letteralmente ‘ chiuso’ la bocca alla mia coscienza. Il dottore era grottesco. Fischiettava i motivi degli spettacoli televisivi. Potevo sentire il vuoto succhiare il feto insieme al suo fischio. Quando sento quei brani ora, rabbrividisco. […] Sono innamorata pazza delle mie figlie, immagino ‘se lo avessi fatto a loro’? È troppo per sopportare la colpa e la vergogna, perché il pensiero sarebbe in grado di sopraffarmi.

Ogni esperienza di aborto è individuale e singola, non può essere incasellata in uno schema, non esiste uno standard “di merito”, e dipingere l’aborto sempre e solo come doloroso è nocivo, anche se ciò non toglie che possa esserlo e che tale dolore debba essere rispettato, senza giudizi e senza considerazioni personali non richieste.

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