Carico Mentale, cos'è e come combatterlo senza stress

Carico mentale, come si esce dalla sindrome del “Faccio tutto io”. La mia storia

Dal 1984, quando il termine “carico mentale” si è appiccicato per la prima volta addosso al lavoro delle casalinghe spostando il focus sulla loro pianificazione costante delle cose di casa, questo concetto si è evoluto ancora e ancora fino ad arrivare… a me. Che fino a un anno fa non sapevo neanche che quel peso avesse un nome (e che lo si può alleggerire).

Questa storia inizia nella mia macchina e la protagonista sono io che cerco di spiegare in lacrime a mia madre che mi sono fatta carico di troppe cose nella mia vita, che mi sento un peso addosso che non so spiegare e che non ce la faccio più.

Il nostro è un botta e risposta di singhiozzi (miei) e frasi a effetto (le sue), sentenze senza possibilità di appello per tirarmi su (mia madre) e lacrime (sempre le mie). Ora che ci ripenso questa scena sembra un teatrino drammatico degno di un talk show del pomeriggio, ma davvero ho passato un’ora buona in quella macchina a piangere con mia mamma cercando di spiegarle in parole povere una sensazione che mi porto dietro da tempo (e che ora ha fatto boom), un concetto che lei – classe 1965 – non solo ha nel suo DNA da quando è venuta al mondo, ma che non le dà neanche così turbamento: il carico mentale.

Carico Mentale, cos’è e come se ne esce

La prima volta che ho letto questo termine (e ho dato un nome a quello che provavo) è stato l’anno scorso, dopo aver scoperto il fumetto della illustratrice femminista francese Emma Bastava chiedere, che in Italia è uscito a febbraio 2020 edito da Laterza. Quella frase l’ho sentita un sacco di volte (e anche voi): è la stessa risposta che mia madre si sentiva dare dalla me adolescente che non voleva darle una mano in casa.

Bastava chiedere, è inutile che ora ti lamenti.

La stessa che ancora oggi le dice mio padre quando le tazze della colazione rimangono nel lavello:

E non me lo potevi dire?

E pure quella che mio marito ribatte quando lo accuso di non aver fatto qualcosa. Che era proprio lì, davanti ai suoi occhi:

Ad averlo saputo, lo avrei fatto.

Io, prima di quel momento, non avevo mai dato un’etichetta al peso che mi sentivo addosso eppure un nome ce l’ha: carico mentale. Le nostre nonne e le loro figlie lo avrebbero chiamato spirito di sacrificio: quell’abnegazione ad annullarsi per figli e compagno, quella tendenza al fare ogni cosa per gli altri, al sapere tutto di tutti, a programmare e star dietro alle esigenze della famiglia. Ti sposi, fai figli, li curi ed è tua responsabilità perché così è scritto.

Oggi la parola sacrificio suona male e pure pensare che una donna debba solo fare la moglie, la madre e nient’altro perché così è la sua natura (e non per propensione, una ragione che invece è più che valida) fa male al cuore. Il termine carico mentale però non è certo una parola delle femministe moderne: nel 1984 è comparso per la prima volta nel libro della sociologa Monique Haicault dal titolo ‘La gestione ordinaria della vita a due‘ e veniva preso in prestito dall’esperienza dei grandi manager che andavano in burnout (il tilt da super lavoro) perché dovevano pensare a tutto.

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In parole povere, il carico mentale è quella cosa per cui c’è una persona che ha in mente un disegno ben preciso delle cose da fare e programmare nella vita personale, familiare e professionale: per attitudine, necessità oppure semplice tendenza al martirio.

Questa persona è circondata da ottimi esecutori dei suoi piani: funziona tutto bene se gli esecutori sono svegli e collaborativi, funziona male se sono chiusi e poco recettivi e malissimo se ha intorno dei non-esecutori. Le teorie di genere e soprattutto quelle femministe, spingono sul fatto che del carico mentale siano vittima soprattutto le donne e che il contesto domestico è quello principale in cui queste situazioni avvengono, giorno dopo giorno, anno dopo anno, in un crescendo di richieste e recriminazioni sottili che culminano in quel “Se me lo avessi detto, lo avrei fatto” di figli e compagno.

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Chiusa in quella macchina a piangere, ho cercato di spiegare a mia madre che ricordarmi di scrivere alle mie amiche per chiedere se è passata la febbre ai loro bambini, trovare il regalo di Natale perfetto per il parentame dell’uno o dell’altro, cercare nell’archivio dell’Home Banking l’iban giusto per pagare la retta dell’asilo e nel frattempo ricordarmi di pagare la palestra di mia figlia, comprare i regalini per il compleanno dell’amichetto e pure fare i menù della settimana per non sprecare cibo, per me è diventato troppo.

Semplicemente, sono arrivata a un punto di non ritorno della mia capacità di star dietro a tutto dopo l’ennesimo “Bastava chiedere”.

Il punto che mi ha fatto impazzire è: me la sono cercata. Ora che questa sensazione che mi fa sentire sopraffatta ha un nome – prima no, ma ce l’avevo pur sempre davanti agli occhi – mi sono resa conto che il più delle volte sono stata io a farmi carico di cose che non erano di mia competenza, abituando gli altri al fatto che ci sono sempre: liti in famiglie altrui, malanni di terzi, problemi lontani.

Ci è voluta un’ora buona di pianto tra una visita dal dentista e la ripresa di mia figlia a scuola per capire che me la sono voluta, che sono arrivata io a questo punto e ora me ne devo tirare fuori. Da sola.

E non è molto diverso da come la vede mia madre, che al carico mentale non ci ha mai pensato in questo senso: per lei è normale dover pensare a tutto, al massimo si lamenta perché è stanca ma poi comunque fa tutto lei perché lo fa meglio. Inutile girarci intorno: è un loop che non si ferma e che ti appiccica addosso il ruolo di organizzatrice di feste, di cene, di giornate. Anni di lotte femministe per tornare al punto di partenza: il problema – questo l’ho capito indagando più a fondo in questa mia crisi di (quasi) mezza età – è che il carico mentale è difficile da mollare perché è così comodo stare in un nido di cose che si fanno così e basta, che come le faccio io non le fa nessuno, che “se non ci penso io, chi ci pensa?”.

Delegare è un atto di fiducia (possibile)

Delegare, quello è un atto di fiducia. Pensarci domani, un’impresa che spesso non possiamo permetterci. Dire “Fai tu e fai tutto” uno sforzo sovraumano frutto di anni in famiglie in cui le donne, anche se forti, anche se indipendenti, al carico mentale ci hanno fatto il callo. In questo senso, diventa una scusa: perché la casa non si sfascia se per un giorno non la mettiamo al centro dei nostri pensieri e i ritardi nelle cose della vita sono umani, non errori insormontabili.

E anche se il marito non aiuta, se parlarne non è servito, se mettere sul piatto il malessere non ha cambiato le cose, davvero il sentirsi insostituibili è diventato così importante?

Io non ne sono ancora uscita, ma mi sono data delle priorità: se quella bolletta rimane non pagata per più di una settimana parlo, altrimenti la lascio lì. Mi sforzo – mi violento, quasi – a non dire “Lo sai, vero, che le bollette non si pagano da sole?” con quel tipico tono da “vittima di carico mentale” che mi è venuto negli anni e faccio un enorme esercizio di fiducia nella speranza che finalmente quel pezzo di carta acquisisca vita propria e si faccia notare.

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Se alla sera mi sento in colpa per non aver chiesto il bollettino medico sui figli delle mie amiche, reprimo l’ansia del sentirmi una persona scorretta e mi dico che sono semplicemente stanca e che le sentirò domani. E anche se non risolvo quel problema di famiglia a 1200 chilometri di distanza oggi, non sono certo una pessima figlia. Sono semplicemente una figlia con una vita parallela che già prende molto tempo.

Aiuta? Un poco. Se il carico mentale spinge, spesso è solo parlarne con qualcuno che ne sa – leggi psicoterapeuta – a regalare la soluzione e ad aiutare a esplorare cosa c’è sotto (perché sì, quasi sempre c’è dell’altro). Oltre, c’è solo forza di volontà: perché il carico mentale esiste, ha un nome e un peso specifico, ma non è un mostro imbattibile. E sconfiggerlo si può con l’arma più impalpabile di tutte: la leggerezza. Quella che mi manca e che sto cercando di trovare dentro di me, l’unico posto dove deve stare.

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