Cosa accadrebbe se le donne non dovessero partorire più e la riproduzione avvenisse fuori dal corpo umano, in un ambiente artificiale? Quella dell’ectogenesi umana non è (più) solo un’ipotesi fantascientifica da romanzo distopico. Negli ultimi decenni, infatti, gli sviluppi scientifici in questo campo hanno fatto grandi passi avanti, non solo per quanto riguarda la nostra capacità di prendersi cura di bambini estremamente pretermine, ma anche a livello di ingegneria genetica.

È di pochi giorni fa la notizia riportata da RaiNews di una ricerca pubblicata su Nature dal gruppo dell’Università di Cambridge che è riuscito a far sviluppare un embrione di topo sintetico che ha raggiunto lo sviluppo record di 8,5 giorni, con cervello e cuore battente e che secondo il California Institute of Technology (Caltech), lo stesso gruppo di ricerca starebbe lavorando a un modello di embrione umano analogo a quello appena ottenuto.

Ma gli scienziati stanno lavorando anche a quello che viene comunemente chiamato utero artificiale ma il cui vero nome – ha spiegato l’ingegnere biomedico dell’Università di Eindhoven Frans Van De Vosse alla BBC – è «perinatal life support». Il progetto, infatti, che ha mostrato risultati positivi tra gli agnelli prematuri, nasce per aiutare i bambini estremamente pretermine, i cui organi (in particolare i polmoni) non sono sufficientemente sviluppati da permettere la sopravvivenza fuori dall’utero materno e che non possono essere trattati nelle incubatrici tradizionali. Le sue implicazioni, però, potrebbero essere ben più profonde.

Alcune ricerche in questo campo, ricorda la BBC, si stanno spingendo ai limiti: alcuni ricercatori sono riusciti a far sviluppare un embrione di topo sano in un utero meccanico per 11 giorni, cercando di osservare il modo in cui gli organi si formano, un’analisi impossibile da effettuare in condizioni normali.

L’inizio dei trial sull’uomo, dicono gli scienziati, non dovrebbe avvenire almeno per un’altra decade, anche se i ricercatori stanno già iniziando a lavorare con animali che hanno strutture più simili a quelle umane, come i conigli. Interrogarsi sulle implicazioni della ricerca in atto, però, è inevitabile.

Secondo Helen Sedgwick, autrice di The Growing Season, l’utero artificiale potrebbe diventare realtà in una generazione o due, e dobbiamo quindi prepararci a reazioni molto diverse su cosa questo significhi per la società e, in particolare, per il genere femminile. Se in futuro le donne non dovessero più partorire, quali effetti potrebbe avere questo sulla società, sull’uguaglianza di genere e sulla concezione di cosa significhi essere madre, un concetto che già adesso non è univoco, né condiviso?

Questa tecnologia potrebbe essere rivoluzionaria, non solo per permettere la sopravvivenza dei nati prematuri o per consentire a chi non potrebbe portare avanti una gravidanza naturalmente – e deve oggi affidarsi alla gestazione per altri o all’adozione – ma solleva grandi domande.

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Ad esempio, chiede Sedgwick, se la riproduzione artificiale dovesse sostituire quella naturale, chi sarebbe il proprietario di questa tecnologia? E, ancora, chi ne controlla l’utilizzo? Per chi verrebbe utilizzata? Potrebbe essere obbligatoria o forzata?

È a livello di ruoli di genere, però, che l’ectogenesi umana potrebbe rivelare la sua carica dirompente in maniera più netta: tradizionalmente, infatti, ci si aspetta che siano le donne a portare avanti la gravidanza. Anche il fatto che per tutte le persone con utero sia possibile concepire un bambino e portare avanti la gravidanza è un elemento di forte rottura, e non è azzardato ritenere che la possibilità per chiunque di accedere all’utero artificiale impatterebbe sui ruoli di genere come li conosciamo. E questo, purtroppo, non significa necessariamente che i cambiamenti sarebbero in meglio e che questa scoperta si traduca direttamente in una maggiore fluidità dei ruoli e parità di genere.

Del resto, è evidente – dalle legislazioni contro l’aborto al programma che il centrodestra ha presentato in vista delle prossime elezioni – quanto la spinta per tenere le donne incastrate nel ruolo tradizionale di portatrice di bambini sia sempre più forte, a tutte le latitudini.

La possibilità dell’ectogenesi umana, di per sé, non è garanzia di un nuovo ordine, come non lo è stato l’introduzione della PMA negli anni ‘70, che già sollevava i timori di chi vedeva con sospetto il sempre maggiore coinvolgimento della scienza nella riproduzione umana e che invece ha permesso la nascita di oltre 4 milioni di bambini in tutto il mondo. Lo è il modo in cui la società la affronterà e il modo in cui risponderà alle questioni etiche che l’esistenza stessa di una tecnologia che permetterebbe il superamento della gravidanza e del parto solleva.

Articolo originale pubblicato il 1 Settembre 2022

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