Sempre più inclusivi: i nuovi giocattoli per crescere adulte e adulti migliori

La rivoluzione è in atto: le grandi case produttrici di giocattoli stanno intraprendendo un cammino sempre più inclusivo e attento a tutte le frange della società. Affinché più nessun bambino si senta escluso e pregiudizi e stereotipi possano essere abbattuti fin dalla prima infanzia.

Nel 1997, la celebre casa produttrice di giocattoli Mattel diffuse sul mercato la bambola amica di Barbie: Becky. Capelli lunghi e castani, occhi azzurri e sorriso solare, Becky presentava, però, una “particolarità” rispetto agli standard dell’epoca: era sulla sedia a rotelle.

Per la prima volta, la Mattel introduceva una persona disabile tra le schiere delle sue donnine “perfette”, avviando un primo tentativo di sensibilizzazione circa il tema. Peccato che l’esperimento non andò a buon fine come auspicato.

Becky fu, infatti, ostacolata dal medesimo mondo che l’aveva creata. Proprio come succede nella società odierna, la bambola, come riporta il sito della Erickson, incontrò non pochi problemi di accessibilità: dalle porte della casa giocattolo e dell’ascensore troppo strette per far passare la carrozzina all’impossibilità di inserire quest’ultima nell’auto di Barbie, fino ai capelli che si impigliavano continuamente nella sedia a rotelle e alle difficoltà a utilizzare i prodotti “extra” proposti (tra cui i cavalli).

Insomma: anche nel mondo apparentemente perfetto di Barbie, le persone con disabilità non hanno avuto vita semplice e, nel caso di Becky, si sono trovate costrette a eclissarsi. Per fortuna, tuttavia, nei decenni intercorsi dal 1997 a oggi molti paradigmi sono mutati e migliorati, andando incontro a una maggiore sensibilità e attenzione rispetto alle esigenze di tutte le fasce della comunità.

Lo si evince dall’impegno con cui le case produttrici di tutto il mondo stanno immettendo nel mercato giocattoli più inclusivi e rappresentativi, compiendo un grande passo in avanti nella lotta alle discriminazioni razziali, di genere e abiliste. Affinché nessuno si senta escluso.

Persone con disabilità o persone disabili? Person-first o identity-first language?

Breve storia dei giocattoli, tra stereotipi e pregiudizi

Peluches
Fonte: Pexels

Il mondo dei giocattoli per bambine e bambini non è sempre stato così accorto. Prima di procedere con il discorso, però, è, forse, opportuno distinguere due forme di inclusività: da un lato, infatti, vi è quella relativa alla fruizione dei giochi stessi, resi accessibili anche a bambini disabili o con bisogni specifici; dall’altro, invece, vi è quella concernente la rappresentazione del mondo circostante e delle sue sfumature, veicolate e normalizzate da un approccio più accogliente.

In entrambi i casi, la rivoluzione è pressoché recente, e trova il suo simbolo nel gioco per eccellenza: la bambola, miniatura dell’essere umano e tra i giocattoli più antichi e universali. Come si legge su National Geographic, infatti, le bambole apparvero fin dalla preistoria e furono declinate in diversi ambiti, dai culti all’arte, variando in base alle culture in cui venivano create e utilizzate.

Un primo esemplare con membra snodabili risale al 2000 a.C. ed è stato rinvenuto nelle tombe egizie, ma non mancano anche bambole in stoffa con la testa di legno, acconciate come donne adulte (quindi antesignane delle moderne Barbie) o quelle di argilla, osso e legno di Greci e Romani.

Dopo il periodo buio del Medioevo, come si legge su Treccani, le bambole giocattolo incontrarono la raffinatezza e il gusto del Rinascimento e, fino all’inizio dell’Ottocento, assursero a ruolo di “manichini”, alleate della moda e vestite con abiti pregiati ed eleganti.

Dapprima ad appannaggio esclusivo degli artigiani, nel corso dei secoli la produzione delle bambole iniziò a interessare sempre più le grandi industrie e vide il loro costante evolversi, mutando materiali, forme e metodi di fabbricazione.

Fino alle notevoli innovazioni del secolo scorso, coadiuvate dallo sviluppo della plastica e dei tessuti sintetici. Nel 1959, infatti, debuttò la prima Barbie della Mattel, con il suo costume a righe, gli occhiali da sole e il viso di una diva del cinema degli anni ‘50.

Doris Day, l'attrice che ispirò Barbie e scoprì da anziana di avere 2 anni in più

Con lei e, a seguire, con l’introduzione di Action Man nel 1964, la discrepanza tra “giochi per femmine” e “giochi per maschi” si acuì maggiormente, al punto da creare, negli anni ‘70, la celebre dicotomia tra “rosa e blu” e generare le correlate conseguenze discriminatorie.

Si instaurarono in questo solco, quindi, le distinzioni basate sul genere, dove, per esempio, treni, macchine, costruzioni, supereroi, palloni e giochi in scatola, poiché ineriscono all’ambito dell’aggressività, della dinamicità e della violenza, furono considerati “maschili”, mentre le bambole, i peluche, le cucine, gli aspirapolvere, i servizi da tè e le case in miniatura si riferirono al comparto “femminile”, in quanto relativi ad aspetti di cura, delicatezza e sobrietà.

Per molti, troppi, anni, ai bambini e alle bambine è stato, dunque, quasi bandito l’utilizzo di giochi appartenenti a categorie non confacenti al proprio sesso. Il pericolo temuto da alcuni genitori: un orientamento sessuale “deviato” o atteggiamenti poco consoni e lontani dalla “tradizione”.

Ora, però, le percezioni stanno finalmente mutando. E, anzi, appare chiaro, come rivela lo studio pubblicato sulla rivista Sex Roles, che, se sottoposti a immagini contro-stereotipate (per esempio: una bambina con una macchinina e un bambino con un pony), i più piccoli si dimostrano maggiormente flessibili e aperti rispetto all’idea che entrambi i generi possano apprezzare i medesimi giocattoli.

Con risultati evidenti anche sulle capacità cerebrali e intuitive, arricchite, come si legge sul New York Times, dalla fruizione di giochi che incoraggiano le abilità visive e spaziali (quelli “tipicamente maschili”) e le funzioni comunicative e sociali (quelli “tipicamente femminili”), ma solitamente inaccessibili ai sessi opposti.

Conclusione: i bambini e le bambine sono influenzati da ciò che osservano e che si muove intorno a loro, e modellano la propria idea del mondo anche attraverso i giochi con cui si intrattengono nella loro quotidianità. Se questi ultimi sono stereotipati, è, perciò, altamente probabile che – unitamente a un’educazione poco attenta a tali questioni – essi diverranno adulti e adulte con stereotipizzazioni interiorizzate e, spesso, inconsce.

È possibile deviare tale tendenza, includendo, nella rappresentazione attuata dai giocattoli, anche le altre frange della società, quali persone nere, persone disabili e, in generale, tutto ciò che non rientra nelle convenzioni e nella definizione – a molti tanto cara – di “normalità”?

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Porte aperte all’inclusività

Dolls
Fonte: ToyLikeMe

Nel 2015, la giornalista e scrittrice Rebecca Atkinson, notando la mancanza di una rappresentazione positiva della disabilità nel comparto giocattoli, ha deciso di approfondire le ragioni di tali assenze e di trovare soluzioni adeguate a questa lacuna.

Insieme ad altri genitori e, in particolare, all’ex consulente teatrale Karen Newall – il cui figlio ha una disabilità visiva – Atkinson ha dato avvio alla campagna #ToyLikeMe, al fine di invitare l’industria globale dei giocattoli a rappresentare i bambini di tutto il mondo, anche quelli disabili – fino a quel momento emarginati.

Promuovendo un’estetica distante dagli ambienti tipicamente ospedalieri e dai soliti cliché (pietismo, inspiration porn o “warrior”) e vicina a sfumature più celebrative e divertenti, quindi, la campagna #ToyLikeMe è diventata virale e ha smosso ben presto le grandi casi produttrici, contribuendo, così, a introdurre, a un anno dal suo avvio, i primi cani guida per le figure di Playmobil, la prima persona in sedia a rotelle di Lego, nel 2016, e, nello stesso anno, anche un lotto di bambole Tinkerbell dotate di impianti cocleari – rigorosamente rosa e fashion.

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L’impatto di #ToyLikeMe, unitamente a un’acuita sensibilità, ha, dunque, mutato la fisionomia dei giocattoli contemporanei, rispondendo, al contempo, anche alle rappresentazioni più inclusive già presenti sul piccolo e grande schermo (si pensi a cartoni quali Alla ricerca di Nemo, con il pesciolino con la pinna sottosviluppata, ai prodotti che affrontano il tema dell’autismo, come Pablo e i cortometraggi della Pixar Float e Loop, o, ancora, all’amica sulla sedia a rotelle di Peppa Pig, Mandy Topolina).

Ecco, perciò, fare il proprio ingresso sul mercato Barbie con il velo, con la vitiligine, (di nuovo) sulla sedia a rotelle, senza capelli e con una gamba protesica, bambolotti  neri e con la sindrome di Down, kit di bambole prive di genere e componibili in base alle proprie preferenze circa capigliatura e abbigliamento o, ancora, bambole non udenti e con apparecchi acustici, con disturbi dell’apprendimento e con balbuzie.

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L’obiettivo è, infatti, solo uno: introdurre, in maniera spontanea e naturale, la complessità del mondo e delle persone che lo abitano anche nell’universo ludico, educando, così, i bambini e le bambine ad accogliere senza discriminazioni e pregiudizi quelle diversità che ci arricchiscono e ci rendono unici.

Un intento cui si affianca anche la volontà di rendere i giocattoli stessi maggiormente accessibili. Come accennato, l’inclusività concerne non solo la rappresentazione, ma anche, e in alcuni casi soprattutto, la fruizione degli oggetti di intrattenimento. In questo senso, quindi, un giocattolo risulta inclusivo quando consente di essere utilizzato da bambini con varie abilità, come, ad esempio, quelli caratterizzati da contrasti e luci per bambini con deficit visivi o quelli dotati di una presa facilitata per bambini con difficoltà motorie.

Di qui, le diverse sfumature assunte negli ultimi anni dal design, distinto in tre approcci: il design inclusivo-minimalista, che massimizza l’usabilità di un giocattolo semplificandone e riducendone, di fatto, le funzioni; il design inclusivo-universale, che tenta, al contrario, di rendere l’oggetto fruibile dal maggior numero di persone, aumentandone le capacità; e, infine, il design inclusivo per bisogni specifici, che realizza oggetti ad hoc e, in un certo senso, perpetua la discriminazione verso i bambini con disabilità, riservando a questi ultimi giocattoli “speciali”.

Qualunque sia il tipo di design adottato, è essenziale, però, che nessun bambino e nessuna bambina si sentano più esclusi. Affinché la lotta alle discriminazioni abbia efficacia, infatti, è importante iniziare a combatterle fin dagli esordi della consapevolezza infantile. Anche, e soprattutto, quando si gioca.

Ecco, quindi, qualche esempio di brand che sta portando avanti una politica di maggiore inclusività.

1. LGBTQ set di Lego

Fonte: Lego

Lego lancia in occasione del mese del Pride 2021 il suo primo set LGBTQ chiamato “Everyone si Awesome” ispirato alla bandiera arcobaleno e contenente 11 figure con un proprio colore e capigliatura originale.

 

2. Miniland - Le bambole con la sindrome di Down

 

Miniland - Bambole con la sindrome di Down
Fonte: Miniland

Tutti i bambini devono potersi riconoscere nei giocattoli con cui crescono e grazie ai quali imparano ad apprendere le dinamiche del mondo circostante. Compresi quelli con la sindrome di Down.

A rappresentarli, ci ha pensato, nel 2007, la piccola fabbrica di Onil, città della Spagna Orientale, e la casa di produzione Miniland. Il risultato sono due maschi e due femmine con colori di pelle diversi, che hanno subito conquistato il mercato, nazionale e internazionale. Al punto da vincere, lo scorso anno, l’ambito premio “Giocattolo dell’anno” del paese di Onil, famoso per aver trasformato, cent’anni fa, l’argilla delle montagne locali in bambole.

3. Juegaterapia - Bambole e tumore

 

Juegaterapia - Bambole
Fonte: Agenzia Dire

Nel 2014, la Fondazione spagnola Juegaterapia ha lanciato sul mercato le Baby Pelones: bambole senza capelli e dotate di foulard come omaggio ai bambini e alle bambine affetti da tumori. L’obiettivo: sensibilizzare sul cancro infantile, aiutando i piccoli malati a identificarsi in bambole simili a loro.

L’iniziativa è, poi, sbarcata in Italia grazie a testimonial di successo – tra cui Laura Pausini – e alla collaborazione con l’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano. Le aspettative di vendita sono state ben presto superate e hanno reso le bambole un vero e proprio simbolo di “lotta”, cui hanno potuto contribuire migliaia di persone, celebri e non.

4. The Fresh Dolls - Le bambole nere

 

The Fresh Dolls
Fonte: The Toy Insider

La vera rappresentazione conta.

È questo il claim della linea di bambole “Positively Perfect” di The Fresh Dolls: una serie di bambine di colore nate nel 2016 per offrire una gamma di rappresentazione più ampia ai piccoli afroamericani, ancora lontani dal riconoscersi in esemplari “in miniatura”.

Lo ha spiegato la creatrice Lisa Williams al programma tv Exhale:

Vediamo ancora stereotipi negativi. Ho avuto l’opportunità di studiare la versione aggiornata del Doll Study, e i risultati sono sconvolgenti: ancora oggi, quando i bambini sono messi di fronte a una scelta, i bambini neri preferiscono le bambole bianche, perché considerano la pelle di quelle nere “brutte” come le proprie.

Uno scenario che può decisamente cambiare.

5. Lego - La prima figura su una sedia a rotelle

 

Lego e disabilità
Fonte: Greenme

Grazie alla rivoluzione apportata da #ToyLikeMe, la Lego, nel 2016, ha deciso di lanciare sul mercato la prima figura sulla sedia a rotelle, in occasione della Nuremberg and London Toy Fairs.

La compagnia danese ha, così, risposto alle accuse dei mesi precedenti, relative a una mancata sensibilità nei confronti delle diversità. Ad abbracciare la protesta, oltre 20.000 persone, firmatarie di una petizione diffusa su Change.org.

Dopo le iniziali titubanze, la casa produttrice ha accolto le istanze di Rebecca Atkinson e dei sostenitori della campagna, inserendo, nelle sue storie e nei suoi universi, anche una persona con disabilità. Un bel passo in avanti.

6. Mattel - Le bambole con la vitiligine

 

Barbie Fashionistas
Fonte: Mattel

In occasione dei suoi primi 60 anni, nel 2019 la Mattel ha deciso di ampliare la sua serie “Barbie Fashionistas“, all’insegna di inclusione e diversità.

Oltre a bambole senza capelli, sulla sedia a rotelle, con una gamba protesica e a un Ken con i capelli lunghi e a uno con la chioma rossa, la casa produttrice americana ha pensato di introdurre anche una Barbie con la vitiligine, la malattia della pelle nei confronti della quale molte bambine, spesso, possono sentirsi in difficoltà.

Un ottimo modo per abbattere le barriere e dare risalto a ciascuno di noi, senza pregiudizi.

7. Lottie Dolls - Ispirazioni reali

 

Lottie Dolls
Fonte: Ninja Marketing

La casa produttrice Lottie Dolls guarda ai modelli reali. Le sue bambole, infatti, vendute in oltre 30 Paesi in tutto il mondo, intendono direzionarsi verso una decostruzione totale degli stereotipi, invitando bambini e bambine a perseguire i propri sogni, a prescindere da etnia, genere e capacità.

Per questo, nella sua linea, si annoverano bambole come Sinéad, affetta da nanismo e ispirata alla giornalista Sinéad Burke, o Hayden, che trae spunto da un bambino autistico appassionato di spazio e dotato di cuffie, occhiali da sole e schede di comunicazione (oltre a un cane), per sopperire alle sue problematiche sensoriali. Più inclusivo di così.

8. Wonder Crew - Bambole per bambini

 

Wonder Crew
Fonte: Ninja Marketing

Basta con la convinzione desueta che le bambole siano solo per le femmine. È quello che afferma con forza Wonder Crew, che nel 2015 ha creato una linea di bambole per bambini al fine di annullare stereotipi e distinzioni di genere.

L’idea è stata della psicoterapeuta del Massachusetts Lauren Wider, che ha sviluppato la serie con lo scopo di:

incoraggiare i bambini a esprimere empatia, gentilezza e connessione emotiva attraverso il gioco.

Finalmente un modo per distruggere dicotomie antiche e dannose.

9. Playmobil - Scuola senza barriere architettoniche

 

Playmobil
Fonte: Playmobil

Scale, ascensori e… rampe per disabili. È la scuola senza barriere architettoniche lanciata da Playmobil, pensata per non far sentire nessuno escluso, anche, e soprattutto, a scuola.

L’obiettivo è, infatti, quello di sensibilizzare i più piccoli circa le esigenze di ciascun bambino, introducendo la disabilità nella routine scolastica, tra laptop, armadietti, zaini, compiti in classe, insegnanti e giochi all’aperto.

Piccola, ma bella, curiosità: anche i bagni sono a misura di bambini disabili. Meglio di così!

10. Microsoft Xbox - Controller per ognuno

Microsoft
Fonte: Ninja Marketing

L’inclusività riguarda anche la tecnologia. E, nello specifico, Microsoft Xbox, che ha lanciato sul mercato il suo Xbox Adaptive Controller: un nuovo controller per venire incontro alle abilità di tutti i giocatori, anche quelli con difficoltà.

Grazie ad accessori specifici, quindi, tutti i giocatori potranno utilizzare il Controller nel modo più idoneo alle loro capacità, anche grazie alla collaborazione con RAM Mounts, che ha consentito di assemblare e posizionare il prodotto anche sul corpo o sulla sedia a rotelle. Un vero esempio di accessibilità.

11. Clementoni e affini - Le discipline STEM sono per tutti

 

Clementoni
Fonte: Clementoni

Così come le bambole non sono solo per le bambine, anche i giochi STEM non sono solo per i bambini.

Per sopperire a queste distinzioni, quindi, ci si può rivolgere a Clementoni e alla sua ampia gamma di prodotti pensati per conoscere lo spazio e l’astronomia in maniera divertente e creativa. Tra i suoi giocattoli di punta, “Geomag Panels”, “Il Sistema Solare”, l'”Esploramondo 2.0″.

A questi si affiancano, poi, i giochi per imparare il coding di Ravensburger, “Gravitrax Big Box”, e di Liscianigiochi, “Mio Tab 10 pollici”.

Articolo originale pubblicato il 10 Maggio 2021

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