E Sveva era nata. E Sveva era morta.

La Pozzolis Family abbandona per una volta il clima allegro e giocoso con cui il pubblico ha imparato ad amarli per raccontare una storia, che poi è la storia di tante mamme e di tanti papà, considerati un po’ meno tali dalla società perché non hanno figli da stringere, da abbracciare, da crescere. Perché loro, i figli, li hanno dovuti salutare con un addio appena sono venuti al mondo, spesso anche prima di poterli vedere solo per un attimo, di poter accarezzare le loro manine, di poter guardare il colore dei loro capelli.

Il 15 ottobre si è celebrata la giornata della consapevolezza sul lutto perinatale; perché anche se, come dice Alice, associare la parola “lutto” a “neonato” fa un male cane, è giusto parlare anche di questo, di tutti i bambini mai nati, o nati per restare al mondo solo pochi attimi, o giorni.

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Perché le mamme e i papà di questi bambini non sono “meno genitori”, e non sono “meno sofferenti” di qualunque altra persona che abbia vissuto il dolore di un lutto, anche se spesso li si guarda come persone sospese in un limbo in cui sono un po’ tutto e un po’ niente. Anzi, sbaglia anche chi pensa che il loro dolore passi, si attutisca con il tempo, con la nascita di altri figli, che la vita li aiuti a dimenticare. Perché un figlio non si dimentica, anche se è stato “tuo” solo per pochi minuti. Perché il ricordo di quella pancia che lievita, degli esami, dei sogni raccontati a voce alta, non sbiadisce nemmeno se altri figli arrivano a portare una gioia che, per quanto viva e vissuta, sarà sempre offuscata da quell’ombra. Perché niente può colmare il vuoto di quello che si è perso, e nessuno può arrogarsi il diritto di giudicare “meno grave” quel lutto, quello strazio.

La storia di Sveva è la storia di tanti bambini che nessun genitore dimenticherà mai; delle creature a cui non è stato concesso il tempo di amare i propri genitori, ma che erano già tanto amati da loro; è la storia di un dolore talmente vivido da far male anche a distanza di anni, che la società deve imparare ad accettare e riconoscere, ma soprattutto a rispettare. In silenzio, possibilmente.

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