Come la teoria dell'attaccamento condiziona la tua vita "dalla culla alla tomba"

I bambini nascono con una propensione biologica a creare un attaccamento verso chi si prende cura di loro. La teoria dell’attaccamento evidenzia come questo legame abbia grande impatto sulla crescita e sulla vita futura.

Secondo la teoria dell’attaccamento, la necessità base di un bambino è senza dubbio il contatto con una figura di riferimento, generalmente quella materna, che percepisce e reagisce ai suoi bisogni, che gli fornisce adeguata protezione e profonda sicurezza; in assenza della figura materna, il bimbo svilupperà attaccamento verso un’altra figura, che percepisce come la più energica nei suoi confronti. Questa predilezione condizionerà il soggetto per tutta la vita, dalla culla alla tomba.

Quando si parla di “attaccamento” non vi si vogliono attribuire accezioni negative: è indubbio che nei rapporti umani si ricerchi il legame con una persona in particolare e si provi sofferenza nel separarsi dalla stessa.

Nella vita adulta e nella terza età, chiaramente la teoria dell’attaccamento può racchiudere una sorta di dipendenza e retrocessione, considerando che per un essere umano la stretta dipendenza da un altro essere umano adulto va a segnalare un atteggiamento non adeguato a un soggetto adulto.

In generale, però, laddove si parli di attaccamento, una persona che abbia attaccamento verso un’altra riflette un rapporto non disfunzionale e proporzionato, non dipendente, anzi, il rapporto con questa persona si rende necessario per la creazione di una vita autonoma individuale.

La teoria dell’attaccamento spiega come le informazioni acquisite dalla figura di riferimento e accudimento condizionino la modalità con cui i soggetti si relazionano agli eventi e allo stress, poiché si affrontano i pericoli in base ai metodi di accudimento assorbiti dalla figura d’attaccamento, il cosiddetto caregiver, identificato già dal primo anno di vita di un bambino.

L’attaccamento si configura quindi in una duplice funzione: quella biologica, che agisce rispetto alla protezione del bambino, e quella psicologica, che riflette la fornitura di sicurezza. Molti studi evidenziano l’influenza che hanno questo legame e le sue caratteristiche sul futuro del bambino, sul suo sviluppo cognitivo e cerebrale e sulla sua crescita, nonché sulla sua salute mentale e sui futuri rapporti con altri individui.

Si può affermare che la maggior parte delle volte il caregiver sia da ritrovare nella madre, ma è anche possibile che questo incarico venga svolto da altri, in taluni casi il padre, ma anche i nonni o chiunque altro si prenda maggiormente in carico l’accudimento del nascituro.

La teoria dell’attaccamento in psicologia

mamma e bambino teoria dell'attaccamento
Fonte: pexels

La teoria dell’attaccamento è stata elaborata a seguito di lunghi studi e riflessioni sul comportamento dei bambini e dei mammiferi in generale, in particolare nei primi anni di vita; nonostante non sia stato il primo in assoluto a tracciarne l’analisi, il più importante ricercatore e promulgatore della teoria è stato John Bowlby, ritenuto uno fra i maggiori psicoanalisti del XX secolo.

Già dalla prima metà del Novecento erano in auge diverse teorie che si prefiggevano di analizzare il tipo di rapporto che intercorre fra il bambino e la propria figura di riferimento, nonché il ruolo che questo rapporto svolge all’interno dello sviluppo psichico e fisico dell’individuo, ma è solo John Bowlby che arriva a formulare degli studi completi ed è per questo che viene considerato il padre della teoria dell’attaccamento.

Ciò è sicuramente dovuto al fatto che non si è limitato ad analizzare gli istinti e gli impulsi fra madre e bambino, come Sigmund Freud, ma è sceso in profondità studiandone in maniera sperimentale il rapporto nella sua qualità e cercando di arrivare al motivo che lega un bambino a una figura di riferimento e alla ricerca del cibo.

Bowlby si accorse che il bambino non cercava solo il nutrimento, ma che l’attaccamento era orientato anche alla ricerca di sostegno, sicurezza e serenità, di calore umano e affettivo da parte della mamma.

A questo punto, pensò fosse utile domandarsi anche le conseguenze delle diverse qualità di attaccamento, introducendo nella teoria dell’attaccamento differenti tipologie: attaccamento sicuro e insicuro, come distinguerli e tracciarne l’identikit e le migliori strategie per fornire al bambino un attaccamento sicuro.

Nella teoria dell’attaccamento di Bowlby e nella psicologia in generale si fa distinzione fra tre argomenti importanti:

  • l’attaccamento in sé;
  • il comportamento di attaccamento;
  • il sistema dei comportamenti di attaccamento.

1. L’attaccamento in sé

Parlando propriamente di attaccamento si fa riferimento al termine in generale, che può essere di tipo sicuro o di tipo insicuro. Come vedremo più avanti, avere un attaccamento sicuro comporta il sentirsi protetti e sereni, mentre averne uno di tipo insicuro comporta una serie di emozioni e reazioni nei confronti del caregiver contrastanti fra di loro, che possono spaziare dall’amore alla dipendenza, alla paura del giudizio e al nervosismo.

2. Il comportamento di attaccamento

Il comportamento di attaccamento, in psicologia fa riferimento al comportamento generato in un individuo che instaura e mantiene il contatto con una figura di riferimento. Per come la vede Bowlby, nella teoria dell’attaccamento questo tipo di comportamento è innescato da una circostanza di distacco dalla figura di riferimento, o dalla minaccia di una separazione, ma è scongiurato dal ritorno alla vicinanza con essa.

Bowlby differenzia l’attaccamento dal comportamento di attaccamento e spiega che l’attaccamento è una situazione che rimane sostanzialmente immutata nel tempo o comunque non varia in modo improvviso, come fa invece il comportamento di attaccamento, il quale cambia nel tempo, anche se lentamente.

Un’altra differenza fra le due cose si riferisce ai destinatari di queste due situazioni, in quanto il comportamento di attaccamento può rivelarsi in maniera differente verso figure diverse, mentre l’attaccamento è indirizzato a una sola figura di riferimento.

3. Il sistema dei comportamenti di attaccamento

Parlando infine del terzo elemento di questa teoria dell’attaccamento, cioè il sistema dei comportamenti di attaccamento, nella psicologia si arriva ad identificare un’organizzazione interna alla psiche che si forma sulla base di modelli sul proprio Io e relativi alla figura di riferimento.

Perciò, i primi due postulati si basano sul sistema dei comportamenti di attaccamento, poiché il legame del bambino con la mamma o con la figura di riferimento è il risultato dei sistemi comportamentali adottati.

Nella prima infanzia si sviluppa quindi l’attaccamento, che dopo alcune fasi evolve in sicuro o insicuro in base alle diverse condizioni: un attaccamento sicuro è una base sicura e solida per la vita dell’individuo e prevede un ambiente sereno, caratterizzato da una madre, che faccia sentire il bambino protetto e a suo agio e gli permetta di conseguenza anche di emanciparsi, diventare autonomo ed esplorare il mondo circostante senza paure.

Teoria dell’attaccamento e infanzia

psicologia infantile e teoria dell'attaccamento

L’attaccamento non si sviluppa dalla nascita, ma addirittura prima del parto, quando il bimbo è ancora nella pancia: gli elementi che possono contribuire positivamente al legame sono molteplici, troviamo ad esempio

  • il desiderio del figlio;
  • la preparazione dei genitori all’arrivo del bambino;
  • lo status mentale e psicologico della mamma durante la gravidanza;
  • gli ormoni;
  • la modalità del parto.
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I livelli elevati di ossitocina e un parto naturale, secondo alcuni studiosi sarebbero da affiancare a una migliore qualità di attaccamento.

Le ricerche scientifiche ufficiali mostrano che dopo la nascita, diventano essenziali le tecniche adottate dal caregiver per l’accudimento e la qualità di queste tecniche, come il semplice scambio di sguardi fra il bimbo e la mamma, attraverso il quale si crea una connessione speciale e quasi inspiegabile a chi la percepisce, una sorta di danza sincronizzata interiore.

Se queste modalità adottate sono positive e adeguate alle necessità del bambino, poco a poco si innesca quello che viene appunto chiamato attaccamento sicuro, il quale permette agli individui di acquistare sicurezza verso se stessi, verso il caregiver e verso il mondo intero, che improvvisamente gli apparirà come un luogo sicuro.

Avrà capacità di autonomia, serenità nel muoversi e nell’esplorare l’ambiente circostante con placida curiosità. La teoria dell’attaccamento prende così la strada del nesso causale relativo al come un individuo affronta situazioni traumatiche: il bambino che potrà contare su una figura di riferimento, da cui assorbire rassicurazione, avrà possibilità di proseguire serenamente lo sviluppo anche a seguito di forti traumi o situazioni di dolore.

Tuttavia, sia grazie a Bowlby che agli studi successivi a lui ispirati, si è arrivati ad affermare che circa un terzo dei bambini sviluppano un attaccamento di tipo insicuro, il quale purtroppo tende a trasmettersi nelle generazioni.

Utilizzando il processo sperimentale detto “Strange Situation” relativo agli studi di Mary Ainsworth del 1978, (allieva di Bowlby), oggi si distingue fra tre tipi di attaccamento non sicuri e non positivi per la crescita degli individui, che portano quindi la teoria dell’attaccamento a scendere più nello specifico dei problemi degli adulti relativi al loro sviluppo di bambini:

  1. Attaccamento insicuro-evitante: il caregiver respinge costantemente il bambino e non è emotivamente aperto con lui, il quale acquisisce la consapevolezza di non poter contare sul suo appoggio.
  2. Attaccamento insicuro-ambivalente: è tipico di quelle relazioni altalenanti, in cui il caregiver non è costante. A volte lo accudisce in maniera amorevole, altre volte non è presente e non risponde adeguatamente ai suoi bisogni. Il bambino stesso, quindi, si comporta in maniera discontinua, poiché la paura di essere abbandonato lo porta a cercare le attenzioni del caregiver, ma allo stesso tempo matura rabbia e ribellione.
  3. Attaccamento disorganizzato: per la teoria dell’attaccamento è sicuramente identificato come il tipo di attaccamento che crea più problemi, associato anche ad abusi. Il bambino alterna atteggiamenti tipici dei primi due attaccamenti insicuri a momenti di paura, a fronte di un caregiver che si rivela altalenante e imprevedibile nei comportamenti, a volte rassicuranti, a volte addirittura abusanti.

Perciò, è chiaro che ad ognuno dei quattro tipi di attaccamento corrispondono diversi comportamenti osservabili nei bambini, a seconda del caso e nelle varie tappe relative all’avvicinamento e alla separazione dalla figura di riferimento.

  1. Comportamento da attaccamento sicuro: il bambino non ha bisogno di cercare continuamente il caregiver perché percepisce la sua vicinanza. Allontanarsene lo turba, ma torna subito entusiasta al suo riavvicinamento, mostrando un approccio positivo agli estranei e al mondo esterno.
  2. Comportamento da attaccamento insicuro-evitante: il bambino si comporta come chi ignora la sua figura di riferimento, evitandolo anche nei momenti di vicinanza e nel riavvicinamento e mostrandosi indistintamente interessato al caregiver allo stesso modo di come può esserlo con chiunque altro.
  3. Comportamento da attaccamento insicuro-ambivalente: in questo caso la teoria dell’attaccamento ci mostra un bambino insicuro, che ha difficoltà ad esplorare ciò che lo circonda e tende a rimanere abbracciato alla sua figura di riferimento. È inconsolabile sia quando ne viene separato, sia al momento del riavvicinamento e questo mette in luce quanto da un lato ricerchi la vicinanza del caregiver, mentre dall’altra lo rifiuti.
  4. Comportamento da attaccamento disorganizzato: ciò che si osserva è un atteggiamento incongruente, che va dall’attaccamento al rifiuto, passando addirittura per espressioni sorprese, spaventate o terrorizzate in presenza della figura di riferimento.

La teoria dell’attaccamento in età adulta

problemi derivanti dall'infanzia
Fonte: pexels

La teoria dell’attaccamento mette in luce come la qualità del legame con una figura di sostegno durante i primi anni di vita abbia una ripercussione importante sulla vita degli esseri umani, sotto diversi aspetti. Per ciò che concerne l’autostima, poiché un bimbo amato e benvoluto dal proprio caregiver è un bambino che impara ad amarsi e a sentirsi forte.

Inoltre, la teoria dell’attaccamento spiega come il legame dell’attaccamento in sé abbia un ruolo decisivo sul modo in cui l’adulto del futuro si rapporterà al mondo, visto che un attaccamento di qualità instilla al bambino una sicurezza solida su cui contare per poter esplorare ciò che lo circonda. Ha a che fare, quindi, con la formazione della sua indipendenza come persona, ma anche ai sistemi emotivi, alle relazioni sociali, alle capacità di ragionamento.

Altri approfondimenti di ricerca nel settore evidenziano poi come a un tipo di attaccamento insicuro possa corrispondere una certa rigidità emotiva, ma anche una ridotta capacità nell’attenzione e nello sviluppo dell’empatia.

Si è inoltre visto come l’attaccamento insicuro possa fornire terreno fertile ad alcuni disturbi psicologici, soprattutto nella fase adolescenziale, quali l’ansia, la depressione, i disturbi legati all’alimentazione e in talune circostanze anche problematiche psichiatriche gravi.

L’attaccamento disorganizzato, invece, per la sua natura problematica, può portare all’insorgenza di sintomi consequenziali a traumi e shock, quali il Disturbo da Stress Post-Traumatico.

Automaticamente, diventa importante, una volta diventati adulti, individuare il tipo di attaccamento che si ha avuto da bambini, poiché questo potrebbe avere a sua volta un peso nella relazione con i propri figli. È complesso tornare indietro con la memoria, ma necessario, com’è necessario dare opportuna rilevanza alla teoria dell’attaccamento.

"Li abbiamo privati del desiderio": Umberto Galimberti e l'educazione dei bambini

Jasmine Lee Cori, nel suo libroThe emotionally absent mother” (2017), aiuta nella ricerca interiore fornendo alcune domande che ognuno può rivolgere a se stesso:

  • Che reminiscenze possiedo delle mie prime relazioni?
  • Riesco a ricordare in modo veritiero mia madre (o il mio caregiver) che mi tiene tra le braccia in maniera premurosa, sorridendo o con un’espressione affettuosa in volto?
  • Ricordo di aver chiesto aiuto a mia madre (o al mio caregiver) quando ero bambino? Per cosa chiedevo aiuto? Come rispondeva?
  • La mia ricerca d’affetto veniva ben accolta?
  • Come venivo descritto da bambino?
  • Che sensazioni provo oggi, in questo momento, se ripenso alla mia relazione di bambino con mia madre (o con il mio caregiver)?

Le reazioni, le emozioni e tanti ricordi anche inaspettati e sopiti, che tornano a galla con queste domande e con le conseguenti risposte, possono essere un valido indizio sul tipo di attaccamento sperimentato da bambini, oltre a una base da cui partire per dare risposte sulla propria vita e trovare soluzioni a eventuali problematiche.

Articolo originale pubblicato il 17 Maggio 2021

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